L’immagine della tragedia di Genova è un’immagine di vuoto: lo spazio improvvisamente e sciaguratamente libero dei 54 metri di altezza della palazzina piloti con torre di controllo del porto, precipitata al suolo, ridotta ad un cumulo di macerie dopo l’impatto insostenibile con la nave portacontainer di 40.000 tonnellate di stazza. È restata in piedi, inclinata dal pesantissimo colpo ricevuto, la scala interna, che ora si arrampica sul nulla, come se volesse negare a se stessa l’evidenza del disastro. Non è solo per questa violenta apertura dell’orizzonte che il pensiero corre a Ground Zero, all’atroce 11 settembre di New York: accanto all’identico, inopinato prospettarsi sinistro di uno squarcio di cielo urbano per via di uno schianto spaventoso, c’è un analogo senso di ferita profonda, profondissima inferta alla città. Come le Torri Gemelle per la metropoli americana, il porto non è parte di Genova, e nemmeno il cuore di Genova. Il porto è Genova: innanzitutto per una questione di volumi, di dimensioni, di estensioni. Genova, a differenza di moltissime città portuali ampie, distese, allargate, è un grande porto davanti ad una città stretta, rattrappita, schiacciata dalle colline sfigurate dalla speculazione edilizia (segno perverso di una fame atavica e bulimica di spazi), trafitta da una Sopraelevata che ne sfiora le case, congestionata nei vicoli del Centro Storico, in quei labirintici “caruggi” avvoltolati su se stessi in un indescrivibile concentrato di degrado, vitalità, illegalità, riscatto, tradizione, immigrazione, comunità, prostituzione, droga, botteghe chiuse o riaperte alla speranza, odori di spezie, di urina, di focaccia, di umanità di ogni colore. Ecco: davanti a quegli spazi angusti, chiusi, soffocati, si apre il porto che si apre al mare e al mondo. Genova-porto, Genova porta, etimologicamente. Genova che quegli spazi mancanti li recupera in altezza, con le sue antiche funicolari, con l’ascensore per il paradiso di Castelletto cantato da Caproni. Anche la palazzina piloti venuta giù era un modo per allargare lo sguardo, per controllare dall’alto manovre e traffici, per dare e darsi una prospettiva di sicurezza e di sviluppo. Sì, perché il porto, per Genova, è anche ricchezza, crescita, futuro. Tanto più in questi ultimi anni, nei quali la città, come l’intero Paese, barcolla sempre più pericolosamente sulla voragine di una crisi feroce, che morde ogni realtà produttiva, che minaccia Fincantieri, che insidia l’Ilva per i riflessi del dramma ambientale di Taranto, che non risparmia neppure le eccellenze dell’alta tecnologia. Il porto è l’unico patrimonio capace di rinnovarsi che è rimasto a Genova, l’unica vera fonte di ricchezza che la alimenta, mentre guarda con scettica distrazione alla crescita lenta ma costante del turismo. Ma anche il porto, che pure, dicevo, è Genova, la città lo vede e lo sente poco, se non come un peso, un ingombro, un fastidio: il porto è, per molti, quasi solo la causa di un traffico autostradale da incubo, il mandante efferato di code infinite di camion carichi di container che lo lasciano o lo raggiungono, in assenza di adeguati collegamenti ferroviari per il trasporto delle merci arrivate o destinate al mare. Genova del porto e, dunque, di se stessa, non sa quasi nulla: ne ignora le modalità con cui vi si lavora, i rituali arcani, antichi e modernissimi, che lo regolano, le destinazioni delle sue merci, le figure professionali che lo abitano, conosce i mitici camalli per sentito dire, anche se ricorda di averli visti cadere sul lavoro come altre vittime di incidenti mortali che non ci si rassegna a considerare inevitabili. Anche se non ha dimenticato la figura eroica della loro guida, il granitico Console Batini, che se n’è andato qualche anno fa dopo una vita di fatiche e battaglie tenaci.
Genova sottovaluta il porto, o meglio lo ha sottovalutato fino alla tragedia dell’altra notte: quella palazzina piloti franata al suolo, quella scala storta che si arrampica sul vuoto, con il dolore immenso e l’ingiustizia che raccontano, con lo sgomento che producono, hanno aperto gli occhi alla città, e anche il cuore. Enzo Costa
l'Unità 09/05/13
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