Blogautore su Repubblica.it Sito ufficiale ... Vignette di Aglaja icone-fbEnzo su Facebook Sabato 29 novembre 2014, ore 16:30, presso il museoteatro della Commenda di Pré (Genova), INAUGURAZIONE MOSTRA "TRA IL DIRE E IL DISEGNARE C'E' DI MEZZO IL MARE" Un mare di culture, integrazioni, divagazioni per la matita di Aglaja e la penna di Enzo Costa. Con la partecipazione musicale di Roberta Alloisio e Mauro Sabbione.
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lunedì 28 luglio 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': ATTENZIONE: QUESTO ARTICOLO È UN COMPLOTTO DI CASTA da l'Unità 28/07/14

Il settimanale L’Espresso ha pubblicato l’elenco di trame, complotti, retroscena e burattinai denunciati in questi mesi da non-Leader, deputati, senatori, seguaci e reduci del MoVimento Cinque Stelle. Si va dallo sbarco sulla luna come fiction americana al Gruppo Bilderberg dietro alla strategia della tensione, dai matrimoni gay finanziati da Goldman Sachs all’introduzione del cognome materno come subdolo tentativo di indebolimento della cultura patriarcale, dal legame fra guerre e rifornimenti idrici per gli allevamenti alle teorie esoteriche sugli omicidi, dalle mani nascoste come gesto di smascheramento delle simbologie massoniche ai brogli elettorali nelle elezioni europee, dall’eterno Bilderberg artefice pure dell’omicidio Kennedy alle mitiche scie chimiche, dal memorabile invito a ciucciare la matita copiativa per rendere indelebile il voto ai leggendari microchip inseriti sotto pelle, fino alla vittoria del giovane Renzi alla Ruota della Fortuna come incipit dell’inciucio con Berlusconi. E considerate che il mio elenco è incompleto per ragioni di spazio. Anzi no, confesso: è incompleto per ragioni di complotto. Così come, del resto, l’elenco dell’Espresso, pubblicato su ordine della Struttura Settimanali del Gruppo Bilderberg. Così come, del resto, questo mio passaggio ironico sulla Struttura Settimanali del Gruppo Bilderberg, passaggio che è un evidente depistaggio ordito dalla Struttura Quotidiani del Gruppo Costerberg, gruppo da me inventato per sviare l’attenzione dalla missione segreta affidatami dal Gruppo T.N.T., missione da me qui rivelata al fine di occultare con una battutaccia la mia appartenenza ai Poteri Forti, intuibile dal mio possesso di vecchi 45 giri dello Zecchino d’Oro, e comprovata dalle mie vere generalità: mi chiamo Enzo Casta. Enzo Costa



l'Unità 28/07/14

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lunedì 21 luglio 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': I PIÙ SIGNIFICATIVI SINTOMI DELLA SINDROME DI PONTASSIEVE da l'Unità 21/07/14

Riguardo riforme istituzionali e legge elettorale, siete anche voi, come il sottoscritto, in preda alla Sindrome di Pontassieve? Avvertite, cioè, tutti i limiti dei progetti in via di discussione (per usare un eufemismo, sia per “limiti” che per “discussione”), ma – al contempo, e ancora di più – tutti i rischi di ri-sprofondare, in caso di stop a quei progetti, nella palude dell’eterna inconcludenza italica? Io cerco di cavarmela con una sorta di training autogeno volto alla minimizzazione estrema dei suddetti limiti. Per esempio: “È vero, nell’Italicum mancano le preferenze: a me dispiace, ma a quelli come Fiorito di più!”. E ancora: “Sarebbe meglio un premio di maggioranza al primo partito, e non alla prima coalizione. Comunque nulla toglie che al primo partito possa andare il premio della critica”. Oppure: “Certo che avere Calderoli come co-relatore della riforma del Senato non è esaltante. Ma è confortante che, fino ad ora, non abbia esibito magliette con vignette anti-senati elettivi nelle repubbliche islamiche!”. E poi: “È innegabile che il patto del Nazareno abbia qualcosa di oscuro e opaco. In compenso, rispetto ai vecchi patti del Bunga Bunga, non ha imposto il pernottamento al contraente più giovane”. E inoltre: “Ho qualche dubbio sulla bontà di un Senato non elettivo. Ma ho la certezza che il senatore De Gregorio era stato regolarmente eletto”. E infine: “È giusto difendere il ruolo del Parlamento, luogo per eccellenza della rappresentanza e della libertà di confronto. Però lo dice Grillo, quello che è per la democrazia diretta (da lui), e contro l’articolo 67 (oltre che contro quasi tutti gli articoli dei giornali)”. Lo so: come scrivevo, sono minimizzazioni estreme, che per di più portano a consolazioni minime. Derivano pur sempre da una Sindrome. Enzo Costa



 l'Unità 21/07/14

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lunedì 14 luglio 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': FRONDA SU FRONDA: MA COME DISSENTONO MINZOLINI E BRUNETTA? da l'Unità 14/07/14

Scritto fuor di satira, in un partito ad personam il dissenso interno è qualcosa di difficile ma apprezzabile. Scritto con l’acido satirico, in un partito ad berluscam (variante estrema e fardata di quello ad personam), è qualcosa di quasi inimmaginabile: mi è difficilissimo immaginare come i temerari Minzolini e Brunetta stiano manifestando in faccia al fu Cavaliere la loro avversione alle riforme come previste dal cosiddetto patto del Nazareno. Proprio loro, storicamente più papisti di Papi, usi ad obbedir perinde ac Minzolini et Brunetta, capi della dissidenza intestina? E con quali modalità espressive? Difettando in creatività fantascientifica, parto banalmente dalle loro configurazioni standard: subito penso che Minzolini espliciti il suo “no” a Silvio brandendo un suo classico ordigno oratorio: l’editoriale da Tg1. Ma poi rammento che i suoi editoriali da Tg1 erano malcelate o spudorate dichiarazioni d’amore a Silvio, e – in quanto tali – inservibili, oggi, come armi da fronda. Più probabile che cerchi di prendere Berlusconi per sfinimento, sottoponendolo alla visione forzata dei mitici servizi frou frou delle news da lui dirette: anche un eterno farfallone come Silvio, all’ennesima “inchiesta” sui gusti di gelato preferiti dagli italiani, potrebbe arrendersi e cestinare il Senato non elettivo. E Brunetta? Me lo vedo in una versione modificata del suo format da talkshow in cui, come sapete, è solito dare sulla voce all’avversario ringhiando a tormentone frasette del tipo “Non è affatto così! Non è affatto così! Non è affatto così!”. Con Silvio, magari, sarà un po’ più educato: “Non sono d’accordo (senza per questo volerLa contraddire)! Non sono d’accordo (senza per questo volerLa contraddire)! Non sono d’accordo (senza per questo volerLa contraddire)!”. Enzo Costa


 l'Unità 14/07/14

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lunedì 7 luglio 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': TU CHIAMALE, SE VUOI, EMOZIONI: IL BRIVIDO DELL’INNO “DELLA” GIOIA da l'Unità 07/07/14

E dopo l’Italia, l’Europa. Ero abituato a provare certe sensazioni, certi brividi, solo in una dimensione locale, domestica: l’impressione intensa, vivida, di approdare alla Verità mediante la somatizzazione di questa altrimenti detta “Beppe Grillo”, era, per l‘appunto, un fenomeno (extra)sensoriale che mi veniva offerto dall’interno dei confini italici. Elemento che, per me, rendeva più gestibile l’impatto emotivo: d’accordo, Grillo, come un medium 2.0 in trance, mi stava spalancando le porte alla Sostanza Digitale della Politica, mi stava svelando quanto occultato dalla Casta, dalla Stampa, dai Poteri Forti, dalla Lobby Maligna dei Cadaveri Putrefatti (entità alle quali, peraltro, appartenevo e appartengo), e lo faceva con la voce ammonente e sofferente, accorata ed estenuata, di chi, come un Rasputin rubato al cabaret, è posseduto dal Vero che gli tocca rivelarmi. Ma, perlomeno, la vicinanza geografica attenuava la potenza iconica della scena: stava sì illuminandomi, con sguardo e toni congestionati, su come stanno davvero le cose in fatto di energia e rifiuti, ma lo faceva dall’ingresso del teatro Ariston di Sanremo, e per di più duettando con Giletti; stava sì mostrandomi il Futuro costruito dalle stampanti 3D, ma dal nostranissimo salotto di Vespa. La sconvolgente Verità, però al profumo familiare di Italietta. Ora, invece, eccolo annunciarmi ciò che è evidentemente Buono, Giusto e Sacrosanto, invasato e affaticato come sempre, ma dalla lontana Strasburgo: i finanziamenti europei per l’Italia sono destinati tutti a mafia, camorra e ‘ndrangheta; l’Inno “della” Gioia di Beethoven (e sottolineo “della”) è stato usato dai più grandi killer della Storia. Il Grillo d’esportazione mi ha scosso di più. Un po’ come quando vidi il fu Cavaliere dare del kapò a Schulz. Enzo Costa


l'Unità 07/07/14

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lunedì 30 giugno 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': TG CHE VAI SEMI-SELFIE DI ANNA MARIA BERNINI CHE TROVI da l'Unità 30/06/14

Dico subito, assumendomene tutta la responsabilità, che questo mio pezzo sarà giornalisticamente impreciso: non sono in grado di scrivere alla lettera quanto va dicendo, di tg in tg, la forzista Anna Maria Bernini. Dei suoi periodici videocomunicati formato semi-selfie (senza uso di intervistatore e con telecamera fissa, forse retta da un cameraman legato alla sedia, forse inserita in un citofono che l’onorevole azzurra preme ogni volta che le viene voglia di videocomunicare qualcosa), mi restano in testa brandelli di concetti, lacerti di frasi, frattaglie di parole: “…il Pd non scarichi sul governo le sue divisioni…”, “…Renzi passi dagli annunci ai fatti…”, “…Forza Italia è sempre stata per le riforme…”, e via mal rammentando. Il senso, per adoperare un termine esagerato, credo sia questo, ma non i vocaboli testuali, che ogni volta mi perdo, perduto come sono in quella visione familiare eppure - al tempo stesso – aliena, misterica: il fatto è che la Bernini scandisce quei fonemi iterativi con una sorta di gelo accorato da robot partecipe, la cui vocina metallicamente chioccia, più che dal cavo orale, pare fuoriuscire dal soprastante complesso apparato tricologico costituito da una lunga chioma ramata (sembra fatta di rame), con frangetta sbarazzina insistente su due occhi sistematicamente sbarrati: è quell’espressione insieme smarrita e rapita che mi stordisce, distraendomi da sostantivi e aggettivi effettivamente (e sempre metallicamente) pronunciati. Magari in realtà, ripensando allo stile citofono di ogni suo videocomunicato, Anna Maria sta dicendo: “C’è Silvio? E la cremeria?”, imputando le mancate risposte alle sue incalzanti domande alle solite insostenibili divisioni nel Pd. Ma io, sviato da suoni e immagini, non ci faccio caso. Abbiate tanta pazienza. Enzo Costa
 

 l'Unità 30/06/14

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martedì 24 giugno 2014

I SEMIFRESCHI - IL MONDO È ROTONDO: quando c'era il pallone e uno soltanto. da l'Unità 24/06/14

Quando ero giovane (perché non sembra, ma c’è stato un tempo in cui io ero giovane, molti erano giovani, vi dirò di più, anche se non mi crederete: questo paese era giovane, compresi i vecchi, persino qualche democristiano, tutti, donne e uomini, sani e malati, ricchi e poveri, erano giovani, non perché avessero pochi anni, e nemmeno perché guardassero al futuro, ma perché sapevano che il futuro c’era, sapevano che sarebbe stato meglio del presente, e molto molto meglio del passato, era un futuro meraviglioso, quel futuro, non ci sono più i futuri di una volta, i gerundi, i participi presenti e i trapassati remoti sono sempre uguali, ma i futuri, signora mia, quei bei futuri fragranti di una volta, mi dica lei dove li trova, ormai?). Quando ero giovane, dicevo, anche il calcio era giovane, anche se i calciatori nelle figurine mi sembravano vecchissimi, Gigi Riva era più vecchio di mio zio, per fare un esempio, figuratevi Pizzaballa e Niccolai che sicuramente avevano degli zii ben più giovani di loro, Ricciotti Greatti poi, che voi non ricorderete ma vi assicuro esisteva e non era uno dei mille di Garibaldi (almeno credo), beh, lui, Ricciotti Greatti, che giocava nel Cagliari, dalla faccia e dal nome era coetaneo di suo nonno (che magari, lui sì, era davvero uno dei mille di Garibaldi, e sbarcò a Marsala fluidificando sulla fascia destra). Ma, dicevo, il calcio era giovane, così giovane che non faceva posticipi, che è una roba da vecchi, rinviare per calcolo, per convenienza, una cosa bella, che fa divertire, che fa godere, perché così facendo ci si guadagna, se non è cinismo da zombie, questo, se non è aridità da anime morte, cos’è? Ma non voglio fare un discorso nostalgico sul calcio, e sulle belle care figurine di pessimo gusto di una volta, perché non voglio sembrare Veltroni, che già quella è una cosa da vecchi, ma in fondo poi, a ben pensarci, anche fare le battute su Veltroni è una cosa da vecchi, le fa pure Veltroni. No, voglio essere onesto: non voglio fare un discorso nostalgico sul calcio, e su tutto il resto, perché sono così vecchio, siamo così vecchi, che non abbiamo più l’età per farlo. Voglio semplicemente parlare di come era il calcio, e di come era un po’ di tutto il resto, per il gusto di farlo. Parlare col minimo di emotività e il massimo di obiettività possibili di quello che avevano, il calcio e un po’ di tutto il resto, di diverso da oggi. La principale differenza del calcio, secondo me, è che in serie A, come in tutte le altre serie, si adoperava un pallone solo. Se il pallone usciva dal campo, la partita riprendeva solo quando il pallone, quel pallone, veniva recuperato. Non era una regola, quella dell’unicità del pallone. Era un dogma: “Non avrete altro pallone al di fuori di me”. Un tabù inviolabile: ricordo minuti e minuti, interi quarti d’ora di partite interrotte prima che ricomparisse l’unico pallone degno di essere preso a calci. Perché direttamente proporzionali all’adesione di massa a quel monoteismo sferico erano i tempi biblici del recupero della divinità smarrita. Chissà dove finiva, al 27º del primo tempo, o al 32º della ripresa, il pallone (altro che le anatre del Central Park d’inverno!). A volte, certo, finiva in tribuna, nelle curve, che allora forse si chiamavano già curve ma erano come più dritte, meno contorte, meno distorte, dove veniva sequestrato da uno spettatore, non so se un feticista, un collezionista di palloni usati o un antenato dell’inventore di e-bay, che lo abbrancava con inusitata ferocia infantile rifiutandosi di ributtarlo in campo fino a quando, con una sofisticatissima operazione di intelligence, un nucleo specializzato di vicini di spalti lo immobilizzava, gli fregava il pallone e lo lanciava ai giocatori sottostanti. Che fino a quel momento, per minuti e minuti, per interi quarti d’ora, avevano atteso pazienti il lento lieto fine: non c’erano alternative, non avevano altro pallone al di fuori di quello. Altre volte, invece, il pallone spariva proprio, uscendo dal campo al livello del terreno di gioco, e in un istante, zac, si smaterializzava, senza una spiegazione plausibile, senza una logica scientifica: anche quello, per quanto piccolo, un altro dei tanti, troppi misteri d’Italia. Ma a ben pensarci, non mi importa sapere se imboccasse una specie di buco nero, un cunicolo quasi invisibile, che lo portava in un tunnel nel sottosuolo dello stadio, dal quale, attraverso una botola segreta, sbucava in un oratorio di Belluno, sulla spiaggia di Cesenatico o in un rifugio sulla Maiella. Mi importa che, fino a quando non ne veniva decretata la scomparsa definitiva, l’unico titolare della delega al suo ritrovamento fosse il raccattapalle. Un ragazzetto inerme dal potere enorme. Secondo come stava girando la partita, lui, che era gentilmente offerto dalla squadra di casa, decideva se cercarlo sul serio, se inseguirlo davvero, il pallone sparito, o se fingere di farlo. Se la squadra di casa stava vincendo, era capace di tramutarsi in falso invalido, pur di non vedere il pallone rotolato ad un passo da lui, pur di non fiondarsi a recuperarlo. Se invece stava perdendo, correva a prenderlo e a ributtarlo in campo, più veloce, scattante, fulmineo di Ghedini nel partorire una legge ad personam. In caso di pareggio, i suoi tempi di reazione dipendevano da tante cose, non ultima il suo umore di quel giorno. Ma quello che conta è che allora il calcio era fatto così: un solo pallone (rimpiazzabile solo in caso di sua acclarata, certificata sparizione definitiva) gestito da un solo (o al massimo da un paio, tre, quattro) raccattapalle. Superfluo dire che oggi è un’altra storia, che appena il pallone va fuori dal campo, anche di pochi centimetri, qualche volta pure quando non esce del tutto, già c’è un altro pallone che rimbalza sul terreno di gioco, che ogni stadio, a bordo campo, è presidiato da una batteria infinita di palloni seriali, tutti uguali, pronti a scendere in campo appena un loro collega ne esce, che a volte tanta è la fretta che in campo rotolano più palloni, fino a quando l’arbitro o chi per lui non decide quale sia il pallone giusto e quello sbagliato, che non si concepisce minimamente l’idea che una partita abbia un pallone particolare, quel pallone particolare, così come non si concepiscono pause, attese, sospensioni, tempi morti, gestiti per di più da furbi e capricciosi ragazzetti inermi. Si potrebbe dire, come ci viene da pensare, che quello era sport, libertà, passione, e questo industria, mercato, omologazione, all’ennesima potenza in occasione dei mondiali. E si potrebbe dire che, per di più, magari quegli infiniti palloni per il nostro calcio industriale e televisivo sono cuciti dalle mani di bimbi di un altro mondo, povero, diseredato, sfruttato. Ma forse pensarlo e dirlo, senza pensare e dire altro, e pensarlo e dirlo così, con amaro e rassegnato disincanto, è proprio il segno di come siamo vecchi. Fossimo giovani, vedremmo anche dell’altro: che quei bimbi di un altro mondo non sono così diversi dai ragazzetti inermi che quando eravamo giovani gestivano l’unico pallone della partita. Come e più di loro, sono fragili e fortissimi: lavorano duramente, in condizioni terrificanti, come da noi nemmeno gli adulti che fanno i lavori più umili e pesanti, come nemmeno gli immigrati che non vediamo. Ma proprio per questo hanno sguardi caldi e intensi, pieni di voglia di riscatto, di ansia di liberazione, di fame di vita, di determinazione e consapevolezza. Sopportano l’insopportabile sapendo, sentendo, che hanno ragione, e che per questo, piano piano, ce la faranno, a liberarsi, ad abitare un mondo più giusto, a costruirsi un futuro migliore. Fossimo giovani, vedremmo che c’è chi è giovane perché, malgrado tutto, vede per sé un futuro migliore del presente. Vedremmo quei ragazzetti tornati finalmente a casa dopo una giornata di durissimo lavoro: sognando ad occhi aperti come noi non facciamo più, divorati dalla stanchezza e dalla speranza, danno quattro calci ad un unico, meraviglioso pallone. Enzo Costa
 

 l'Unità 24/06/14

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lunedì 23 giugno 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': CARO GRILLO LE SCRIVO, COSÌ MI DISTRAGGO UN PO’ (SI FA PER DIRE) da l'Unità 23/06/14

Gentile Beppe Grillo, non mi ha stupito la Sua danza macabra 2.0 davanti ai patimenti dell’Unità: conosco il Suo stile e immagino che, dopo aver definito “cadaveri putrefatti” molti poi rivelatisi ben più vispi di Lei, non Le sia parso vero di poter festeggiare una morte reale: Le prudeva il necrologio, tanto da postarlo in anticipo (tocchi ferro, non sia mai che noi la si scampi). Ma la Sua è, anche, una battaglia culturale contro il finanziamento pubblico dei giornali, specie di questo che ha una storia gloriosa e lettori (non tantissimi, ma ne ha). Chi scrive sull’Unità, che riceve sovvenzioni (ma meno di prima: da direttore, Padellaro firmò un appello per aumentarle), è, per ciò, indegno, fazioso coi soldi di tutti, come digitano in coro i Suoi seguaci sui blog dell’Unità che, essendo gratis, visitano e spesso imbrattano (del resto, da comico, alle feste dell’Unità Lei si esibiva, e non gratis, giustamente). Una fede assoluta nel libero mercato, la Sua, in materia di pensiero, di cultura: eppure anche i teatri, ad esempio, godono di finanziamenti pubblici. Forse Lei abolirebbe pure quelli. Viva solo chi vince sul mercato. E la Rai? Non è sovvenzionata da noi? Dovrebbe saperlo, gentile Beppe Grillo, giacché ci ha lavorato, con fior di contratti. Non avendo il Suo stile, non scrivo che, con le tasse e col canone, contribuivo ai Suoi cospicui incassi (e Lei, per fortuna, come comico, fazioso lo era). Non Le chiedo di restituire il maltolto. Io penso che la tv pubblica debba ospitare le voci di tutti, anche di chi non amo. E che il canone vada pagato. Lei, da Vespa (che contribuisco a mandare in onda pagando tasse e canone), si è vantato di non averlo pagato. Ah, già: Lei crede nel libero mercato. Cordiali saluti da un quasi cadavere, e buon festeggiamento. Enzo Costa


l'Unità 23/06/14

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lunedì 16 giugno 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': EBBREZZA POST-VOTO DI EDITORIALISTI: SALVINI LEADER DEI MODERATI da l'Unità 16/06/14

Pare di cogliere un certo smarrimento fra i commentatori berlusconofili. Quelli che, per vent’anni, ci hanno spiegato che il fu Cavaliere era il leader dei moderati e che, vincesse o perdesse le elezioni, fosse rinviato a giudizio o prescritto mercé apposita legge ad berluscam, era imbattibile. Ora, il combinato maldisposto di scoppola elettorale alle europee e alle amministrative ha vanificato il loro più recente tentativo di indorare la pillola della decadenza del fu premier Papi: “Vedrete” avevano intonato artatamente ottimisti “saprà usare al meglio, a fini elettorali, l’affidamento ai servizi sociali! Resta il Migliore, nella comunicazione!”. E invece eccoli lì, (s)travolti dal franare del consenso al Nord, dato già per perso quello del Centro (salvo l’insperata oasi perugina) e per polverizzato quello del Sud. Il crollo del bastione di Pavia del già magnificato sindaco Cattaneo, icona nuovista di Ballarò, è stata, per loro, la mazzata definitiva. Così devastante da indurre i più sofferenti a scorgere un erede di Silvio non più dinastico bensì ex-celtico: Matteo Salvini. “Se è atterrato a Bruxelles e ha conquistato Padova” si sono detti “è lui il futuro leader dei moderati!”. Ora, è vero che – come scrivevo - costoro, per un Ventennio, hanno definito “leader dei moderati” lo sdoganatore fardato dei bassi istinti degli italiani, in comunione mistica con l’eterno sovversivismo di molta nostra classe dirigente. Ma il Salvini post-secessionista neo-lepenista “leader dei moderati” è un caso di politologia da prova dell’etilometro: come se lo immaginano, il centrodestra moderato guidato dal Matteo del Carroccio? Pronto a proporre una riforma dei trasporti che prevede l’apartheid sui bus di tutt’Italia, dai quali cacciare a pedate chi non paga il biglietto in lire? Enzo Costa



 l'Unità 16/06/14

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lunedì 9 giugno 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': E COMUNQUE QUI LO URLO E QUI LO NEGO: ECCO IL MANIFESTO 2.0 da l'Unità 09/06/14

E comunque Farage ha il senso dell’umorismo. E comunque già avevo colto la giocosità di Casa Pound. E comunque, a ben vedere, pure Borghezio ha un suo esprit de finesse. E comunque Farage lascia libertà di voto a chi è nel suo gruppo parlamentare. E comunque non è dispotico come chi, in Italia, in barba alla Costituzione, esige il vincolo di mandato. E comunque Farage, al Parlamento europeo, tenne un nobile discorso in difesa del governo Berlusconi vittima di un complotto antidemocratico. E comunque ecco chi era il ghostwriter di Berlusconi. E comunque ora ho scritto ai Verdi, così imparano. E comunque i media su di noi dicono solo cattiverie, falsità e inesattezze. E comunque noi, invece, su tutti gli altri diciamo solo gentilezze, verità e pareri ricchi di sfumature, fin dal primo “Vaffa Day”. E comunque alle europee abbiamo preso una tale botta che mi son sentito male. E comunque lo dite voi che abbiamo preso una botta. E comunque se abbiamo perso è colpa dei pensionati. E comunque lo dite voi che abbiamo perso. E comunque sento odore di brogli. E comunque lo diceva Berlusconi che sentiva odore di brogli. E comunque avevo detto che se non superavo il Pd tornavo a casa. E comunque, in effetti, lì per lì mi sono rifugiato in Villa, a Marina di Bibbiona. E comunque, da contratto, a casa dovevano andare tutti gli altri, e basta. E comunque poi ho fatto un viaggetto a Bruxelles, per un summit con Farage in omissis streaming. E comunque c’era pure Davide Casaleggio, che è come Piersilvio, però 2.0. E comunque, in poche righe, è la terza affinità con Silvio, ma è un caso, difatti non c’è traccia di una nipotina di Ahmadinejad, per ora. E comunque poi, con gli arresti di Venezia, ho buttato il Maalox, superato il travaglio e ritrovato Travaglio, che mi si è ringalluzzito. Enzo Costa


 l'Unità 09/06/14

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lunedì 2 giugno 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': DIVENTA POLITOLOGO CON UNA FRASE: IL PD È LA NUOVA DC da l'Unità 02/06/14

Per la serie “Politologi con una frase”, dico anch’io “Il Pd è la nuova Dc”. Ma solo per adeguarmi al mood settimanale. Dirlo è terribilmente trendy, digitalmente cool, postmodernamente interclassista (tipicamente democristiano?). La prima a dirlo, mentre il fu Cavaliere affondava sotto le proiezioni elettorali di Raitre, è stata una stizzita Daniela Santanchè, aggrappata a quel salvagente lessicale sgonfio. Divenuto mantra autoconsolatorio del popolo pentastellato, incline alla reiterazione dei “concetti” (come i berlusconidi di un tempo e la Santanchè di sempre). Pensierino fattosi virale sulle bacheche della sinistra radicale-ellenica (quella che mai riflette sui motivi delle proprie percentuali di voti), e solennemente scandito dalla candidata-ritirata Barbara Spinelli. Ora, ogni luogo comune ha un fondamento di verità: qui, non solo, parafrasando un’altra massima immortale (sulle stagioni intermedie), non c’è più il Pci (ma quale? anche quello, di Berlinguer, del compromesso storico con la Dc?), ma neppure il Pd di una volta: Renzi, invece delle Frattocchie, ha frequentato i lupetti; non arriva dai Ds, ma dalla Margherita (e, prima, dalla Ruota della fortuna). Però mi chiedo: il bonus Irpef e l’aumento della tassazione sulle rendite, non sono di sinistra? Per me, il Pd è la dialettica faticosa e fruttuosa fra flessibilità renziana e solidità bersaniana, è l’irruenza sfrontata del premier mitigata dalla resistenza diffidente di parte della base, è il combinato più o meno ben disposto di innovazione e tradizione. Ricordo che, anni fa, Barbara Spinelli difendeva sulla Stampa il governo Prodi (un comunista?), biasimando il sabotaggio massimalistico che subiva da rifondatori e “sinistri” duri e puri. Non ho mai pensato che lei, all’epoca, fosse democristiana. Enzo Costa


 l'Unità 02/06/14

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lunedì 26 maggio 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': IL GESTO DELLE MANETTE: TIPICA PICCINERIA ITALIOTA PER L’EUROPA da l'Unità 26/05/14

Forse l’immagine che sintetizza al meglio questa campagna elettorale per le europee è quella del cittadino Di Stefano che alla Camera, il giorno del voto sull’arresto del piddino Genovese, fa il gesto delle manette. Non dimentichiamola, quell’immagine, nella sua straordinaria eloquenza: il cittadino Di Stefano, a corredo delle braccia levate e piegate verso l’alto, le mani incrociate a mimare la presa di immaginari schiavettoni, sfodera un sorriso compiaciuto al limite del ghigno, un’ilarità beffarda denunciata dagli occhi strizzati, fessure emananti bagliori di cupa felicità acida. Sprizza contentezza biliosa, secerne allegria rancorosa, il cittadino Di Stefano, eccitato per l’imminente incarcerazione di Genovese. E ci tiene a esibirla, quella sua euforia avvelenata, per il plaudente popolo della rete. Mimica basica e forcaiola che è il biglietto da visita della propria purezza assoluta: non casuale anticipo, in forma muta, dei tribunali del popolo (sempre della rete) rilanciati e prefigurati qualche giorno dopo dal non-Leader dei 5 Stelle, a suggello del suo tour grottesco fra le tragedie del passato (l’evocazione “non-violenta” dei processi popolari istituiti dai terroristi, dopo la parafrasi blasfema di Primo Levi e le spiritosaggini macabre sullo sconfinamento oltre Hitler). Cosa c’entra tutto questo col voto per l’Europa? Nulla, se non la palese volontà di conseguirlo accarezzando ferocemente i bassi istinti degli italiani. E la loro smemoratezza. Ma in chi la memoria la conserva, la speranza resta: il cittadino Di Stefano, con la sua gestualità garrula, sguaiata e ringhiosa, è un remake 2.0 del leghista col cappio e del post-missino che sbevazza e trangugia mortadella: la fine poi fatta dai loro partiti, all’epoca trionfanti, un po’ ci rassicura. Enzo Costa


lunedì 19 maggio 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': L’INARRIVABILE GRILLO, BUFFO MAESTRO DEL “CONTRORDINE, CITTADINI!” da l'Unità 19/05/14

Non ci sono più i “contrordine, compagni!” di una volta. Oggi ci sono i “contrordine, cittadini!”. Intendiamoci: tutti quanti, chi più chi meno, in questa politica post-ideologica, liquida, al limite dell’aeriforme, praticano l’arte della retromarcia, la disciplina del voltafaccia, la specialità dell’incoerenza multipla. Esercizi che, proprio per via della postmoderna fluidità di programmi, partiti, uomini, ora si compiono in scioltezza, senza più l’eco stentorea di quell’antico controdiktat allo storico popolo rosso (o peste, che maledir si voglia). Dal già mitico “Enrico stai sereno” di renziana successiva smentita fattuale, ai periodici patti epocali sulle riforme periodicamente stracciati dal fu Cavaliere, passando per le scilipotaggini assortite, è tutto un allegro rimangiarsi propositi inderogabili e posizioni irrinunciabili. E però è il non-Leader dei 5 Stelle, col suo mouse fulmineo e il suo mimetismo geografico, il maestro del “come non detto”: eccolo dirsi erede di Pertini in terra ligure e secessionista veneto in quel di Padova; eccolo filo-tedesco in un’intervista a Bild e anti-tedesco in giro per l’Italia; eccolo additare Genny ‘a Carogna sul blog e vezzeggiare lui e i fischiatori dell’Inno italiano su un palco napoletano. Un talento inarrivabile del contrordine. A dir poco buffo se, come nel caso Porta a Porta, si ripensa alla perentorietà virulenta dell’ordine poi cestinato: le sentenze senza appello sulla non frequentabilità della tv, di Vespa (peraltro frequentato dal Nostro nella sua vita precedente), dei talkshow tutti, “punti G” proibiti a pentastellati di ambo i sessi, ci dicono una verità: la Verità di Grillo è, insieme, assoluta e provvisoria. Magari fra una quindicina d’anni, all’ombra del Vesuvio, si proclamerà unico erede di Napolitano. Enzo Costa


l'Unità 19/05/14

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lunedì 12 maggio 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': SE ALLE EUROPEE CI VOTATE, PEGGIO PER VOI EUROPEI da l'Unità 12/05/14

Se alle europee ci votate, gli europei se ne accorgeranno. Se alle europee ci votate, faremo la secessione dall’Europa. Se alle europee ci votate, usciremo dall’euro, che è la naturale evoluzione politica di quella volta che abbiamo trasferito i ministeri a Monza. Se alle europee ci votate, diremo basta alla sovranità limitata dell’Italia imposta da Bruxelles: vogliamo la sovranità azzerata dell’Italia imposta da Pontida. Se alle europee ci votate, vorrà dire che le imprese di Borghezio non vi sono bastate. Se alle europee ci votate, avremo il potere per liberarci dall’oppressione della moneta unica subita dai pavidi governi nazionali, non avendo noi mai governato da quando è arrivato l’euro, a parte il periodo compreso fra il 2001 e il 2006, e quello compreso fra il 2008 e il 2011, quando però eravamo presi dagli studi accademici del Trota e dai fondi di investimento di Belsito. Se alle europee ci votate, faremo un referendum sull’euro, anche se la Costituzione non lo prevede. Se alle europee ci votate, imporremo gli eurobond, anche se l’euro ci fa schifo. Se alle europee ci votate, spezzeremo le reni alla Germania, anche se poco più di un anno fa il nostro non-Leader, in un’intervista a Bild, disse che auspicava che la Germania invadesse l’Italia. Se alle europee ci votate, porteremo la schizofrenia 2.0 a Bruxelles. Se alle europee ci votate, batteremo i pugni sul tavolo in diretta streaming, imporremo agli interpreti di tradurre in tutte le lingue “cadaveri putrefatti”, organizzeremo il primo “Vaffa Day” continentale. Se alle europee ci votate, faremo casino come al solito, però in Eurovisione. Se alle europee ci votate, torneremo a cantarle chiare alla Merkel, come quando governava il nostro amatissimo Cavaliere, che la comandava a colpi di “cucù”. Enzo Costa


l'Unità 12/05/14

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lunedì 5 maggio 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': QUELLE PAROLE STRUMENTALI E SINCERE DEL FU CAVALIERE da l'Unità 05/05/14

Davanti al fu Cavaliere, versione malinconica e malincomica del Cavaliere, tutti noi che lo abbiamo avversato fin dall’inizio, tutti noi che abbiamo dato l’allarme ai tempi in cui Grillo – di cose a cinque stelle - frequentava solo gli alberghi, siamo spiazzati. Nel senso che vederlo blaterare stancamente le sue noiose e vanagloriose litanie a Piazza Pulita, e - prima e dopo - in qualsivoglia megastudio o studiolo Mediaset con o senza l’amorevole assistenza di Barbara D’Urso, e - prima ancora - nell’anteprima ammuffita di Porta a Porta, porta noi antichi oppositori del fu premier Papi a brancolare nelle brume del dubbio: al netto dei canonici scongiuri per una sua paventata rimonta (anche essi, forse, avvilenti parodie di ben più fondate passate scaramanzie), quel triste spettacolo umano, prima ancora che politico, ci interpella. Davvero, viene da chiedersi, i suoi mantra sfibrati su golpe giudiziari e non, traditori di ogni risma e legislatura, Napolitano venuto meno al dovere morale di graziarlo e via delirando serialmente, sono solo, come ci sembra, un tentativo cinico e disperato (oltre che vittimistico) di risalire nei sondaggi? E se invece questo misero bignami di Berlusconi, un Berlusconi sgravato dell’esuberanza vitalistica di un tempo, ne rivelasse l’essenza? Guardiamolo bene, quando si produce nell’oscena sparata sui tedeschi che negherebbero i campi di sterminio: certo, il calcolo ripugnante di strumentalizzare un tema tragico per cavalcare il sentimento antitedesco, è evidente. Ma quel compiacimento garrulo per la sua lezioncina storico-politica rivela e svela anche, senza più il filtro-trucco-alibi di un’astuta disinvoltura di “gioventù”, un sincero abisso di ignoranza. E se il Cavaliere, da sempre, avesse incarnato anche questo? Enzo Costa



 l'Unità 05/05/14

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lunedì 28 aprile 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': IL FASCINOSO BEPPE, VERSIONE 2.0 DEL BUON VECCHIO GIGETTO da l'Unità 28/04/14

E il modo ancor mi prende. Passano i mesi, i post (con parafrasi letterarie più o meno oscene) e i blitz malriusciti a Piombino, ma resta intatto, per me, il fascino familiare dell’oratoria oracolare del non-Leader dei 5 Stelle: sublime, settimane fa, il suo spiegarmi che Obama, con la scusa di una foto col Papa, era venuto in Italia solo per farci comprare gli F35. Le parole non erano proprio queste, ma il tono e gli accenti sì: quelli, perentori e lamentosi, categorici ed estenuati, tipici del non-Leader. Perentori e categorici, in quanto propri di colui che possiede da sempre la Verità. Lamentosi ed estenuati, in quanto propri di colui che, possedendo da sempre la Verità, è stanco di dirla e ribadirla a tutti noi, così zucconi da necessitare di ripetizioni. Fascino familiare, scrivevo, perché a me questa parlata invasata e affaticata, fin dal suo primo risuonare, ha evocato qualcuno, che poi, scavando nella memoria, ho identificato: massí, è tale e quale Gigetto “ve-lo-dico-io!”, quel tipo che, stuzzicadenti fra i denti e stecca fra le mani, quand’ero bimbo teneva banco nel bar sotto casa. Sapeva sempre come stavano le cose, Gigetto “ve-lo-dico-io!”, su ogni materia, dalla politica alla Nazionale, dalla crisi coniugale dei vicini alla crisi energetica mondiale. E si accalorava a spiegarlo, e a fornire le ricette infallibili per ogni questione, a tutti gli avventori. La crisi energetica…ecco, mesi fa, il non-Leader che, a margine del Festival di Sanremo, espone a un rapito Giletti le sue soluzioni salvifiche per energia e rifiuti, vantando un invidiabile curriculum relazional-viario: “Ho parlato con gli ingegneri! Ho girato mezzo mondo!”. Parole testuali: erano così dolentemente assertive che me le sono segnate. Magari l’avrà fatto anche il buon vecchio Gigetto. Enzo Costa


l'Unità 28/04/14

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lunedì 21 aprile 2014

RIME BACATE - BASTI PENSARE da Malumorismi, Unità 21/04/14

 BASTI PENSARE

La propria testa
non rottamare
giacché si presta
a cose rare:
la comprensione
della realtà
l’indignazione
e la pietà
l’accorta fuga
dai preconcetti
(cosa che frega
duci e ducetti)
saper vedere
il giusto e, pure,
di ogni colore
le sfumature
(discernimento,
salva dai roghi
da incantamento
di demagoghi).
In tempi ottusi,
più ancor di ieri
sani e preziosi
sono i pensieri:
da soli, loro
posson salvare
ergo, davvero,
basti pensare.

Malumorismi, Unità 21/04/14

lunedì 14 aprile 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': LA PARLATA FLUENTE E OLTREMODO RILASSANTE DI GIOVANNI TOTI da l'Unità 14/04/14

Va detto che Giovanni Toti ha una parlata fluente. Va detto che è fluente come un corso d’acqua esondato. Ma non con un’esondazione rapida e potente, di quelle che ti (s)travolgono. Con un’esondazione lenta e costante, di quelle che quasi non te ne accorgi: un placido valicare gli argini in virtù del quale, piano piano, ti ritrovi inguazzato in una palude in cui rischi di affogare a tua insaputa. La logorrea slow del facTotim di Arcore mi ha giocato uno scherzetto del genere durante la sua ospitata a Che tempo che fa: ha iniziato a dire rallentatamente ma inesorabilmente la sua, una sua densa e opaca, magmatica e afasica, incurante delle interruzioni-interiezioni di Fazio, e io, senza rendermene conto, via via sommerso da quell’informe flusso sonoro a bassa velocità, mi sono assopito. O meglio, sono sprofondato in un dormiveglia asfittico e onirico insieme, cullato da liquide litanie, lontane e arcane (“È il Pd che deve risolvere le sue contraddizioni” o forse era “concentrazioni” oppure “combinazioni”). Mi hanno svegliato le sparate scatologiche della Littizzetto. Due giorni dopo, a Ballarò, mi ha fatto lo stesso effetto semi-letargico. Solo che a strapparmi più spesso dalle braccia di Morfeo c’era Belpietro, impegnato da contratto a dare ferocemente sulla voce al piddino Speranza. Ruolo, quest’ultimo, più tipico della destra politico-mediatica (oltre che del pentastellato Di Battista). Perché va detto anche questo: Toti, rispetto ai berlusconidi storici, è antropologicamente eccentrico. Per oratoria e per curriculum: arriva dalla direzione del Tg4, ma dopo che Fede aveva portato via meteorine e book fotografici. È stato nella sala del bunga bunga, ma solo per (di)mostrare, tramite reiterato speciale Mediaset, che era una linda tavernetta per figli ed educande. Enzo Costa


l'Unità 14/04/14

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mercoledì 9 aprile 2014

I SEMIFRESCHI - I sospetti di Grillo: ecco a voi la dietrologia da ambasciata - da l'Unità 09/04/14

«Mi chiedo chi o che cosa c’è dietro a tutta questa dietrologia»: è un aforisma che scrissi parecchi anni fa, quando collaboravo con Cuore (secondo qualche dietrologo, per via di un complotto demo-pluto-giornalistico ai danni della satira). Erano tempi ingenui, in cui la naturale tendenza italica all’individuazione creativa di trame occulte e piani nascosti persino per la compilazione del calendario del campionato di calcio, conosceva, ancora, un qualche senso del limite. Anche perché, a quell’epoca, l’alacre attività telefonica di Luciano Moggi era inconcepibile pure per la più fantasiosa mente dietrologica. Un’epoca naif, insomma, di dilettanti della congiura fantascientifica, di dietrologi analogici. Bei tempi: oggi siamo in balia di dietrologi digitali che, nel loro delirio da bar-web, ignorano freni e inibizioni. Penserete che io mi stia riferendo a certe terrificanti dietrologie 2.0, spesso e volentieri a 5 stelle, tipo quelle sui microchip inseriti sottopelle o sulle scie chimiche serpeggianti sotto le nuvole. Pensate bene, ma solo parzialmente: sì, perché il vostro ragionare si ferma al penultimo stadio della materia.
L’ultimo si è appalesato pochi giorni fa, e può essere sintetizzato nella formula «Dietrologia da ambasciata». Esercizio filosofico praticato da Beppe Grillo poco dopo l’ennesima sua fatwa agli adepti infedeli e poco prima della sua adesione all’appello dei costituzionalisti contro la deriva autoritaria. Più precisamente, in occasione di un suo dialogo monologante con Enrico Mentana, durante il quale il non-Leader del MoVimento ha rivelato a intervistatore e teleutenti uno scenario, a suo concionare, oltremodo inquietante: qualche mese prima, mentre l’allora segretario del Pd Bersani era alle prese con il tentativo di trovare una maggioranza per un governo, lui, il non-Leader, ospite dell’ambasciatore inglese, scoprì che al piano di sopra c’era niente di meno che Enrico Letta. Scoperta dalla quale, lo avrete letto, il non-Leader ha ricavato una mirabile sceneggiatura dietrologica: Bersani era stato mandato allo sbaraglio col subdolo proposito di preparare ben altra soluzione: un governo dei poteri forti guidato da Letta che, proprio a tale scopo complottistico, era lì, al piano di sopra, a tramare con l’ambasciatore inglese, segretamente riuniti nel palazzo dell’ambasciata, location perfetta per una congiura di Palazzo.
Ora, vi aspetterete che io rimarchi come quest’avvincente sceneggiatura grillesca sia stata immediatamente smentita dalle parole dei diretti interessati e dall’oggettività dei fatti poi acclarati: ossia che si è appurato come, in realtà, Letta fosse presente in ambasciata per preparare un tradizionale, annuale convegno di studi italo-inglese. Ebbene, la vostra aspettativa andrà parzialmente delusa: considero secondaria la sottolineatura della realtà degli eventi, al cospetto di un elemento dai più non considerato. Questo: l’allarme democratico lanciato dall’indignato dietrologo Grillo era basato, oltre che su una dietrologia spinta, su un ardito assunto concettuale: se Enrico Letta è nell’ambasciata inglese, sta facendo una cosa losca e ignobile; se Beppe Grillo è, nello stesso momento, al piano di sotto della medesima ambasciata, sta facendo una cosa buona e giusta, per di più vigilando sulle cose losche e ignobili che si compiono al piano di sopra. Signori, la «Dietrologia da ambasciata» disegna la nuova frontiera della dietrologia nazionale (con annesse delocalizzazioni d’Oltremanica): quella in cui il dietrologo partecipa attivamente alle situazioni che determinano le indicibili, torbide oscure manovre, ma lo fa senza macchia e senza colpe, anzi già che c’è lo fa a fini virtuosi. Per smascherare tali manovre. Per denunciarle. Lo ripeto: egli, il dietrologo partecipante, ci dice cosa è Bene e cosa è Male, dell’inquietante scenario da lui medesimo frequentato, sulla base di una rigorosa visione valoriale, così ben evidenziata da questo specifico episodio: se Beppe Grillo incontra l’ambasciatore inglese, lui, Beppe, fa il Bene; se nello stesso luogo e nello stesso giorno lo incontra Enrico Letta, lui, Enrico, fa il Male. Così parlò l’indignato dietrologo patentato Grillo. Prendiamo nota, noi che, di solito, non frequentiamo le ambasciate. Enzo Costa


l'Unità 09/04/14

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lunedì 7 aprile 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': IO E LA (PERDUTA?) MISURA D’ALTURA DI GUSTAVO ZAGREBELSKY da l'Unità 07/04/14

E pensare che io Gustavo Zagrebelsky lo stimavo fin da quando, ci scommetto, Grillo ne ignorava l’esistenza. Lo seguivo già, anche fisicamente: in un agosto di diversi anni fa, me lo vidi passare davanti in un borgo montano dove andavo (e vado) in vacanza. Lo chiamai col trasporto del fan, e lui prima si mostrò misuratamente stupito del mio riconoscerlo (a differenza degli altri villeggianti) e, poi, cortesemente misurato. Si chiacchierò di varia attualità, consuetudine rinnovatasi ogni estate, sempre all’insegna dell’eccessiva esuberanza mia e della cordiale misura sua. Adesso ho scorto la sua firma in un accorato appello di costituzionalisti, intellettuali e Landini contro le riforme istituzionali prospettate da Renzi. Appello grondante accuse perentorie al Pd e vibrante di allarme democratico per una “svolta autoritaria” e “padronale”. Ora, per carità, le riforme annunciate non mi paiono perfette, ma neppure sciagurate; le trovo (come Grasso, De Siervo, Manzella) migliorabili, ma non esecrabili; apprezzabili per l’intento (tante volte auspicato) di rinnovare un sistema bloccato, pur se emendabili. Ma “autoritaria” e “padronale”, come definizioni, mi suonano poco misurate (a prescindere dalla firma di Rodotà che, certo, nell’85 voleva abolire il bicameralismo in ben altro contesto proporzionale, ma che poi aveva gradito la sua sillabata invocazione pentastellata per il Quirinale, invocazione di piazza contrapposta alle “trame” parlamentari dei Grandi Elettori): difatti, ecco unirsi all’appello Grillo & Casaleggio, noti alfieri del dibattito non-padronale nel MoVimento, oltreché della continenza espressiva a suon di “Vaffa Day”. Ora loro sono in sintonia col misurato Zagrebelsky: se il prossimo agosto lo vedo passare, mi impegno a salutarlo in modo non autoritario. Enzo Costa


l'Unità 07/04/14

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lunedì 31 marzo 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': SALVINI, CON QUELLA BOCCA, PUÒ DISTORCERE CIÒ CHE VUOLE da l'Unità 31/03/14

Ma com’è telegenico, Matteo Salvini, quando ringhia all’euro: la mimica è il suo forte, ammettiamolo. Storce la bocca in un ghigno da cattivo dei fumetti, che in realtà vuole esprimere nel modo più intellegibile possibile l’ira funesta del buon popolano padano angariato dalla perfida moneta dei poteri forti di Bruxelles (città tecnocratica che, pure, lui, il popolano, frequenta da una legislatura, pare con non troppo spirito stakanovista). “Euro criminale!”, sibila schifato e indignato in favore di telecamera, ricorrendo ad un epiteto inequivocabile come la sua espressione facciale, quella di uno che è al limite della sopportazione tanto da arrochire la voce e, soprattutto, da prodursi in smorfie di esasperata ripugnanza. La bocca storta è, per il teleutente di bocca buona, la prova somatica di quanto spietata sia l’odiata divisa europea, capace anche di deformare i lineamenti. Alterazione espressiva funzionale alla rimozione pre-elettorale di un piccolo dettaglio politico: lo schifato Salvini è il segretario di un partito, la Lega Nord, che ha governato l’Italia, dopo l’introduzione dell’euro, dal 2001 al 2006, e dal 2008 al 2011. Oggi lui chiede voti per uscire dalla moneta continentale ma mai, in tutti quegli anni di governo, i ministri leghisti, fra una performance pittoresca e un raglio xenofobo, avevano intrapreso azioni politiche concrete per il ritorno alla lira. Come mai? Sarà mica perché in realtà non si può e perché in realtà non conviene? Sarà mica che oggi il Carroccio salta sul carro di Marine Le Pen perché lisciare strumentalmente il pelo ai tanti colpiti dalla crisi, con una ricetta facile impossibile, giova elettoralmente? Bisognerebbe chiederglielo, allo schifato Salvini. Ma magari rispondere argomentando, con la bocca storta, è difficile. Enzo Costa



l'Unità 31/03/14

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