Blogautore su Repubblica.it Sito ufficiale ... Vignette di Aglaja icone-fbEnzo su Facebook Sabato 29 novembre 2014, ore 16:30, presso il museoteatro della Commenda di Pré (Genova), INAUGURAZIONE MOSTRA "TRA IL DIRE E IL DISEGNARE C'E' DI MEZZO IL MARE" Un mare di culture, integrazioni, divagazioni per la matita di Aglaja e la penna di Enzo Costa. Con la partecipazione musicale di Roberta Alloisio e Mauro Sabbione.
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venerdì 16 luglio 2010

I SEMIFRESCHI - PIAZZA PRINCESA, LA SFIDA DI DON GALLO da Repubblica Genova del 16/07/10

Don Gallo le cose le chiama per nome: non pratica l'arte italica della reticenza, non frequenta i territori battutissimi dell'ipocrisia, non pecca mai di omissis. Dice "Ingiustizia" all'ingiustizia, dà identità ai soprusi così da poterli identificare uno ad uno, indica la Poesia laddove si nasconde, ha osato scandire "Antifascismo" anche quando, causa (mal)tempi politico-culturali, farlo pareva (pare?) sconveniente, se non blasfemo. Don Gallo chiama per nome anche le persone, i potenti, i senza potere, i preti di strada e i Cardinali di Cattedrale: li nomina per meglio definirli, per indicarli, per additarli, per supplicarli. Specialmente, nomina quelli lontani da tutti, a lui vicinissimi: sa che chiamare un escluso significa includerlo. Don Gallo, adesso, vorrebbe dare un nome anche ad un luogo che un nome non lo possiede: è la cosiddetta piazza Anonima, o Senza Nome, che spunta da vico dei Fregoso e vico Ombroso: uno spazio minimo in mezzo ai carruggi nato, narrano le cronache metropolitane, dagli squarci profondi di un bombardamento della seconda guerra mondiale. Come potrebbe cantare un poeta con la chitarra, "dai diamanti non nasce niente, dalle bombe può nascere una piazza", e aggregare uomini e donne, per quanto soli, per quanto in difficoltà. Nominare quella piazza è nominare quei cittadini, quegli abitanti di inquietudini e solitudini, per renderli un po' meno inquieti, un po' meno soli. Tanto più se, come propone don Gallo, a quella piazza si dà il nome di "Princesa", la canzone con cui Fabrizio De Andrè ha dipinto la dolorosa vitalità di una creatura nata in un corpo sbagliato, il suo soffrire e sopportare giudizi ed epiteti di chi sentenzia senza sentire, il suo ostinato (soprav)vivere, alla ricerca, disperatamente felice, di un'identità sessuale, di lineamenti in cui riconoscersi, di un nome.



Un'idea, questa, che don Gallo ha espresso mercoledì al Galata Museo del Mare, inaugurando con Nando Dalla Chiesa e Maria Paola Profumo la bellissima mostra di arte digitale di Virginia Monteverde (a corredo della "Città dei diritti"), suddivisa in due sezioni ed ambienti: dentro al MuMa, una videoproiezione di ritratti elettronici di clochard, trans ed emarginati, tutti spostati dal margine della città al centro dell'opera, e quindi dell'attenzione, fra liquefazioni di colori che danno sostanza ai corpi ed alle anime; nella futura piazza Princesa, un'installazione di 40 metri, tesa sui ponteggi di un edificio in ristrutturazione, che ritrae e deforma i turisti in visita a Genova, trasportati dall'artista in un luogo dimenticato. Che ora don Gallo vuole battezzare. Per (ri)dargli vita. Enzo Costa

virginia

Il filmato di Don Gallo e delle Princesas è stato realizzato da SERGIO GIBELLINI
Lo slide con le immagini relative alla mostra e all'installazione di VIRGINIA MONTEVERDE è stato montato da Aglaja

Repubblica Genova 16/07/10

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sabato 21 novembre 2009

I LANTERNINI - UNA LUNGA SCIA da Repubblica Genova 21/11/09


Si capiva, all’inaugurazione di giovedì, che la mostra “Popoli sulla scia” al Galata non era solo una raccolta di belle foto di immigrati nella loro quotidianità. Era la loro gioia nel vedersi immortalati; era il fotografare la propria foto e la propria famiglia davanti ad essa di un giovane africano, ed il suo sentirsi così parte della nostra città; era il racconto vibrante di una fotografa allieva di Giuliana Traverso, vivificata dall’incontro con quelle vite sradicate e rifiorite. Eravamo noi, una comunità di persone diverse e unite. Enzo Costa


Marcella Giorgetti "Famiglia"
(è la famiglia del giovane africano di cui scrive Enzo)


Repubblica Genova 21/11/09


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mercoledì 12 novembre 2008

I SEMIFRESCHI - IMMIGRATI: GUARDI LA MERICA E SCOPRI L'ITALIA da Repubblica Genova 12/11/08


Sarebbe inesatto se scrivessi che sabato pomeriggio, all’Auditorium del Galata Museo del Mare, si è parlato dell’emigrazione di ieri e di oggi, prendendo spunto dalla bellissima mostra sulla “Merica”, mai abbastanza celebrata. E’ vero che quello era il tema dell’incontro, sul quale si sono sviluppati i vari interventi. Ma quanto e più dell’argomento, è valsa – a definirlo con precisione – l’intensità con cui è stato affrontato, la partecipe profondità che lo innervava. L’emigrazione, dunque, del passato e del presente, quella d’inizio Novecento dei nostri nonni verso il Nuovo Mondo e quella del terzo millennio di moltissime etnie verso il Vecchio Continente, non solo raccontata, ma mostrata, documentata, fatta vivere e rivivere attivando memoria, emozioni e ragionamenti. Questo è stato, per esempio, lo straordinario intervento del direttore del Muma Campodonico: un chiaro, semplice, argomentato, colto invito a ricordare, a capire, a confrontare, a riflettere: le facce dei nostri emigranti, le loro storie di miseria e di ostinata speranza, l’accoglienza ostile riservatagli dalla nostra città da dove si imbarcavano, i drammi e le tragedie delle loro traversate, ci parlavano di noi, di cosa siamo stati, e ci parlavano degli altri, di chi – oggi – arriva qui patendo identici disagi, fuggendo da analoghe disperazioni, trovando avversità ed incomprensioni simili. Evocazioni ed informazioni, annotazioni e suggestioni: l’emigrazione come dolorosa condizione di vita che attraversa i secoli e le latitudini, i popoli e le epoche, che produce sradicamenti e spaesamenti in quanti la praticano, e tensioni e rimozioni in chi ora è nella fortunata condizione di essere dall’altra parte, di “subirla”. Ascoltando la splendida relazione del professor Campodonico, vibrante di una verità potentissima perché immune da ogni retorica, mi veniva da pensare alle parole oscene dei molti che oggi fanno politica e vincono le elezioni solleticando la paura degli italiani per gli stranieri, gli immigrati, i “clandestini”: quelle parole oscene non offendono soltanto chi arriva da fuori, ma anche noi, la nostra storia, il dolore di intere generazioni costrette un secolo fa a lasciare questo paese. Vedevo, l’altro giorno al telegiornale, un inenarrabile La Russa respingere la proposta di Epifani di sospendere la legge Bossi-Fini (che prevede il rimpatrio per gli extracomunitari che perdono il lavoro) con questa frase ghignante: “No, perché se sospendessimo la legge, inizierebbe un tamtam tra molti stranieri che direbbero ‘Uei, ragazzi, possiamo partire!’ “: “Uei, ragazzi”: un linguaggio da movida, da giovani sfaccendati che si radunano per andare in discoteca, messo in bocca a disperati che fuggono da povertà, fame e guerra, rischiando la vita in cerca di una qualche sopravvivenza. Osceno, La Russa, quasi blasfemo, davanti alle parole lette, sabato all’Auditorium del Galata, da due giovani immigrati dall’Africa, un ragazzo ed una ragazza, che raccontavano i terribili viaggi della speranza e della disperazione di altri immigrati. Ma c’era anche dell’altro, sabato: oltre alle considerazioni importanti e non demagogiche espresse da una politica degna di questo nome (quelle della sindaco Vincenzi e dell’assessore regionale Vesco), oltre agli esempi portati dal giudice del lavoro Haupt con l’agenda sui migranti di Magistratura Democratica, da Anna Maria Guglielmino dell’Associazione Muse con le sue iniziative didattico-artistiche e dal professor Bagnasco della Scuola Massignon per l’insegnamento dell’italiano agli immigrati, oltre alle narrazioni emblematiche di Nicla Buonasorte ed al coordinamento puntuale di Maria Paola Profumo, c’era il ragionare pacato di un esponente della Comunità di Sant’Egidio, Sergio Casali, e di uno studente liceale, di cui purtroppo ricordo solo il nome: Simone. Raccontavano con disarmante naturalezza il loro impegno quotidiano per l’integrazione, le loro attività volte all’inserimento (non solo) scolastico dei ragazzi venuti da fuori: persino i toni civili e pudichi dei loro racconti dicevano, ad una platea multietnica conquistata ed anche confortata, che Genova è anche questo, che l’Italia non è solo quella dei La Russa e dei Borghezio. Anche da noi, come è successo negli Stati Uniti, si può fare. Anzi, si sta già facendo. Enzo Costa


Frammenti di speranza ad Ellis Island

Repubblica Genova 12/11/08

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