Blogautore su Repubblica.it Sito ufficiale ... Vignette di Aglaja icone-fbEnzo su Facebook Sabato 29 novembre 2014, ore 16:30, presso il museoteatro della Commenda di Pré (Genova), INAUGURAZIONE MOSTRA "TRA IL DIRE E IL DISEGNARE C'E' DI MEZZO IL MARE" Un mare di culture, integrazioni, divagazioni per la matita di Aglaja e la penna di Enzo Costa. Con la partecipazione musicale di Roberta Alloisio e Mauro Sabbione.
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martedì 24 giugno 2014

I SEMIFRESCHI - IL MONDO È ROTONDO: quando c'era il pallone e uno soltanto. da l'Unità 24/06/14

Quando ero giovane (perché non sembra, ma c’è stato un tempo in cui io ero giovane, molti erano giovani, vi dirò di più, anche se non mi crederete: questo paese era giovane, compresi i vecchi, persino qualche democristiano, tutti, donne e uomini, sani e malati, ricchi e poveri, erano giovani, non perché avessero pochi anni, e nemmeno perché guardassero al futuro, ma perché sapevano che il futuro c’era, sapevano che sarebbe stato meglio del presente, e molto molto meglio del passato, era un futuro meraviglioso, quel futuro, non ci sono più i futuri di una volta, i gerundi, i participi presenti e i trapassati remoti sono sempre uguali, ma i futuri, signora mia, quei bei futuri fragranti di una volta, mi dica lei dove li trova, ormai?). Quando ero giovane, dicevo, anche il calcio era giovane, anche se i calciatori nelle figurine mi sembravano vecchissimi, Gigi Riva era più vecchio di mio zio, per fare un esempio, figuratevi Pizzaballa e Niccolai che sicuramente avevano degli zii ben più giovani di loro, Ricciotti Greatti poi, che voi non ricorderete ma vi assicuro esisteva e non era uno dei mille di Garibaldi (almeno credo), beh, lui, Ricciotti Greatti, che giocava nel Cagliari, dalla faccia e dal nome era coetaneo di suo nonno (che magari, lui sì, era davvero uno dei mille di Garibaldi, e sbarcò a Marsala fluidificando sulla fascia destra). Ma, dicevo, il calcio era giovane, così giovane che non faceva posticipi, che è una roba da vecchi, rinviare per calcolo, per convenienza, una cosa bella, che fa divertire, che fa godere, perché così facendo ci si guadagna, se non è cinismo da zombie, questo, se non è aridità da anime morte, cos’è? Ma non voglio fare un discorso nostalgico sul calcio, e sulle belle care figurine di pessimo gusto di una volta, perché non voglio sembrare Veltroni, che già quella è una cosa da vecchi, ma in fondo poi, a ben pensarci, anche fare le battute su Veltroni è una cosa da vecchi, le fa pure Veltroni. No, voglio essere onesto: non voglio fare un discorso nostalgico sul calcio, e su tutto il resto, perché sono così vecchio, siamo così vecchi, che non abbiamo più l’età per farlo. Voglio semplicemente parlare di come era il calcio, e di come era un po’ di tutto il resto, per il gusto di farlo. Parlare col minimo di emotività e il massimo di obiettività possibili di quello che avevano, il calcio e un po’ di tutto il resto, di diverso da oggi. La principale differenza del calcio, secondo me, è che in serie A, come in tutte le altre serie, si adoperava un pallone solo. Se il pallone usciva dal campo, la partita riprendeva solo quando il pallone, quel pallone, veniva recuperato. Non era una regola, quella dell’unicità del pallone. Era un dogma: “Non avrete altro pallone al di fuori di me”. Un tabù inviolabile: ricordo minuti e minuti, interi quarti d’ora di partite interrotte prima che ricomparisse l’unico pallone degno di essere preso a calci. Perché direttamente proporzionali all’adesione di massa a quel monoteismo sferico erano i tempi biblici del recupero della divinità smarrita. Chissà dove finiva, al 27º del primo tempo, o al 32º della ripresa, il pallone (altro che le anatre del Central Park d’inverno!). A volte, certo, finiva in tribuna, nelle curve, che allora forse si chiamavano già curve ma erano come più dritte, meno contorte, meno distorte, dove veniva sequestrato da uno spettatore, non so se un feticista, un collezionista di palloni usati o un antenato dell’inventore di e-bay, che lo abbrancava con inusitata ferocia infantile rifiutandosi di ributtarlo in campo fino a quando, con una sofisticatissima operazione di intelligence, un nucleo specializzato di vicini di spalti lo immobilizzava, gli fregava il pallone e lo lanciava ai giocatori sottostanti. Che fino a quel momento, per minuti e minuti, per interi quarti d’ora, avevano atteso pazienti il lento lieto fine: non c’erano alternative, non avevano altro pallone al di fuori di quello. Altre volte, invece, il pallone spariva proprio, uscendo dal campo al livello del terreno di gioco, e in un istante, zac, si smaterializzava, senza una spiegazione plausibile, senza una logica scientifica: anche quello, per quanto piccolo, un altro dei tanti, troppi misteri d’Italia. Ma a ben pensarci, non mi importa sapere se imboccasse una specie di buco nero, un cunicolo quasi invisibile, che lo portava in un tunnel nel sottosuolo dello stadio, dal quale, attraverso una botola segreta, sbucava in un oratorio di Belluno, sulla spiaggia di Cesenatico o in un rifugio sulla Maiella. Mi importa che, fino a quando non ne veniva decretata la scomparsa definitiva, l’unico titolare della delega al suo ritrovamento fosse il raccattapalle. Un ragazzetto inerme dal potere enorme. Secondo come stava girando la partita, lui, che era gentilmente offerto dalla squadra di casa, decideva se cercarlo sul serio, se inseguirlo davvero, il pallone sparito, o se fingere di farlo. Se la squadra di casa stava vincendo, era capace di tramutarsi in falso invalido, pur di non vedere il pallone rotolato ad un passo da lui, pur di non fiondarsi a recuperarlo. Se invece stava perdendo, correva a prenderlo e a ributtarlo in campo, più veloce, scattante, fulmineo di Ghedini nel partorire una legge ad personam. In caso di pareggio, i suoi tempi di reazione dipendevano da tante cose, non ultima il suo umore di quel giorno. Ma quello che conta è che allora il calcio era fatto così: un solo pallone (rimpiazzabile solo in caso di sua acclarata, certificata sparizione definitiva) gestito da un solo (o al massimo da un paio, tre, quattro) raccattapalle. Superfluo dire che oggi è un’altra storia, che appena il pallone va fuori dal campo, anche di pochi centimetri, qualche volta pure quando non esce del tutto, già c’è un altro pallone che rimbalza sul terreno di gioco, che ogni stadio, a bordo campo, è presidiato da una batteria infinita di palloni seriali, tutti uguali, pronti a scendere in campo appena un loro collega ne esce, che a volte tanta è la fretta che in campo rotolano più palloni, fino a quando l’arbitro o chi per lui non decide quale sia il pallone giusto e quello sbagliato, che non si concepisce minimamente l’idea che una partita abbia un pallone particolare, quel pallone particolare, così come non si concepiscono pause, attese, sospensioni, tempi morti, gestiti per di più da furbi e capricciosi ragazzetti inermi. Si potrebbe dire, come ci viene da pensare, che quello era sport, libertà, passione, e questo industria, mercato, omologazione, all’ennesima potenza in occasione dei mondiali. E si potrebbe dire che, per di più, magari quegli infiniti palloni per il nostro calcio industriale e televisivo sono cuciti dalle mani di bimbi di un altro mondo, povero, diseredato, sfruttato. Ma forse pensarlo e dirlo, senza pensare e dire altro, e pensarlo e dirlo così, con amaro e rassegnato disincanto, è proprio il segno di come siamo vecchi. Fossimo giovani, vedremmo anche dell’altro: che quei bimbi di un altro mondo non sono così diversi dai ragazzetti inermi che quando eravamo giovani gestivano l’unico pallone della partita. Come e più di loro, sono fragili e fortissimi: lavorano duramente, in condizioni terrificanti, come da noi nemmeno gli adulti che fanno i lavori più umili e pesanti, come nemmeno gli immigrati che non vediamo. Ma proprio per questo hanno sguardi caldi e intensi, pieni di voglia di riscatto, di ansia di liberazione, di fame di vita, di determinazione e consapevolezza. Sopportano l’insopportabile sapendo, sentendo, che hanno ragione, e che per questo, piano piano, ce la faranno, a liberarsi, ad abitare un mondo più giusto, a costruirsi un futuro migliore. Fossimo giovani, vedremmo che c’è chi è giovane perché, malgrado tutto, vede per sé un futuro migliore del presente. Vedremmo quei ragazzetti tornati finalmente a casa dopo una giornata di durissimo lavoro: sognando ad occhi aperti come noi non facciamo più, divorati dalla stanchezza e dalla speranza, danno quattro calci ad un unico, meraviglioso pallone. Enzo Costa
 

 l'Unità 24/06/14

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giovedì 8 maggio 2014

I LANTERNINI - A CHE STADIO SIAMO da Repubblica Genova 08/05/14

A poche ore di distanza: Roma lordata di sangue e Chiavari allietata da una festa semplice; il virus di un pallone infetto e la Virtus Entella; Genny ‘a Carogna in curva e bimbi felici in piazza. Così lampante, il contrasto fra un’insostenibile, tragica, grottesca finale di Coppa Italia e la favolosa realtà di un club di provincia promosso in B, che ci ha fatto vedere meglio la deriva del calcio milionario. Con, nel cuore, la consolazione delle immagini della cittadina del Tigullio e, in testa, l’idea che si tratti di un’eccezione. Enzo Costa


Repubblica Genova 08/05/14

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sabato 1 febbraio 2014

I LANTERNINI - MERCATO STRETTO da Repubblica Genova 01/02/14

Tutto è bene quel che si posticipa bene: bene, quindi, il derby al lunedì sera, come rimedio all’assurda collocazione in piena fiera di Sant’Agata del dì di festa. Per una volta il mercato cittadino ha sconfitto il Mercato pubblicitario-televisivo, ma, appunto, per una volta, e dopo strazianti appelli al Comitato per l’ordine pubblico. La deriva le-commerciale resta, ed è vana e retorica ogni nostalgia del calcio che fu. Certo, a pensare come hanno ridotto il pallone, mi sconvolgo: esiste un Comitato per l’ordine privato? Enzo Costa


 Repubblica Genova 01/02/14

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martedì 3 luglio 2012

I SEMIFRESCHI - LA NAZIONALE È UNA COSA, LA POLITICA UN’ALTRA. PERÒ… da l'Unità 03/06/12

Ma no che non c’entra(va)no niente lo spread, l’attrito politico con la Germania, la voglia di dare una lezione alla Merkel. Ma è chiaro che ogni metafora politico-pallonara è stucchevole, ogni battuta su eurobond e pelota scontata, ogni politicizzazione della semifinale europea non commendevole. E non solo perché sennò adesso la finale ci costringerebbe ad apocalittiche prefigurazioni sul nostro paese, a rischio di sorpasso da parte della rinata Spagna. Sono sempre stato allergico all’idea del calcio come metafora – oltre che della politica - della vita (e a quelle del ciclismo come allegoria dell’esistenza, dell’automobilismo come simbolo dell’efficienza, del rugby come emblema della trasparenza): è insufficiente nel suo ridurre a schemino filosofico uno sport che è prima di tutto un gioco, con la meravigliosa dimensione aleatoria del caso. Idem per certi comodi sociologismi metropolitani, per cui se un anno (ormai remoto) lo scudetto lo vince il Verona è il segno del riscatto della provincia, se trionfa il Napoli è la misura della rinascita del sud, e magari se quest’anno, dopo un bel po’, primeggia la Juve, ci scappa pure un’ardita analogia con la nuova Torino progettata da Marchionne…(tacendo di tutte le drammatiche difficoltà per scovare un’illuminante lettura sociologico-urbana quando, a Milano, Roma o Genova, uno dei due club cittadini convince e l’altro annaspa). No, lanciarsi in chiavi extracalcistiche non conviene, anche perché altrimenti – tornando al torneo europeo – si rasenta la schizofrenia, o se preferite si rischia l’autogol: se la Germania che maramaldeggia in campo sulla Grecia era la dimostrazione in maglietta e pantaloncini dell’ineluttabile prevalenza del rigore sull’individualismo anarcoide, la nostra Nazionale che la umilia provava che i vincoli tedeschi a Bruxelles sono ottusi e perdenti contro di noi ma non contro i greci? No, limitiamoci ad assaporare un ottimo secondo posto. E però, con le cautele imposte dalla casualità del tutto e dalla quasi totalità di quest’articolo, magari un pensierino facciamocelo, su una Nazionale guidata da un tecnico che è anche una bella persona, che sa dire parole importanti sui diritti civili, che trasmette anche con i modi, i toni, la faccia, un senso di serietà, e che lo trasmette ai suoi giocatori. Pensiamo anche ad un goleador straordinario, geniale, umorale e micidiale, dalla pelle nera, che canta il nostro inno dopo vent’anni quasi di sgoverno leghista, inducendo pure Borghezio ad un affannato revisionismo storico-padano. Malgrado la batosta con la Spagna, resta un segno vincente. Enzo Costa 


l'Unità 03/07/12


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giovedì 5 aprile 2012

I LANTERNINI – LA PALLA È NOTTE FONDA da Repubblica Genova 05/04/12

È banalmente emblematico che, nello stesso giorno, lo stadio Ferraris sia restato al buio per mancato pagamento delle bollette (morosità poi derubricata a disguido burocratico), il Genoa abbia richiamato Malesani, e sia uscita un’altra puntata della storiaccia brutta delle puntate sulle partite truccate. Fra calciatori artefici di autogol volontari anche metaforici e presidenti che montano e smontano “progetti” come fossero mobili Ikea, suona scontato e tuttavia alquanto desolato dire che nel calcio si è spenta la luce. Enzo Costa


Repubblica Genova 05/04/12

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martedì 3 maggio 2011

I LANTERNINI - FAMILISMO PALLONARO da Repubblica Genova 03/05/11

Ma che attenuanti invocherà, quel padre ultrà che ha malmenato un giovane calciatore “reo” di aver commesso falli sui suoi figli? Attenuante tecnica: “L’ho pestato, ma considerate che non era una partitella qualsiasi, ma un match di cartello: Genovese Calcio-Moconesi!”. Educativa: “Basta con le regole comuniste nel calcio: ai miei figli inculco i miei valori, tipo quello di picchiare più forte!”. Legalitaria: “Tocca farsi giustizia, quando l’associazione a delinquere dei fischietti rossi pratica il brigatismo arbitrale!”. Enzo Costa


 Repubblica Genova 03/05/11

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