Blogautore su Repubblica.it Sito ufficiale ... Vignette di Aglaja icone-fbEnzo su Facebook Sabato 29 novembre 2014, ore 16:30, presso il museoteatro della Commenda di Pré (Genova), INAUGURAZIONE MOSTRA "TRA IL DIRE E IL DISEGNARE C'E' DI MEZZO IL MARE" Un mare di culture, integrazioni, divagazioni per la matita di Aglaja e la penna di Enzo Costa. Con la partecipazione musicale di Roberta Alloisio e Mauro Sabbione.
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giovedì 31 luglio 2014

A QUANTO PARE

Un amaro saluto al nostro giornale

A QUANTO PARE

A quanto pare
non ci sono prospettive:
si vedono solo occhi scuri
di sconforto trattenuto
per non farti sprofondare;
si leggono risposte senza parole
rinvii di spiegazioni
che spiegano tutto
frasi vibranti di resistenze resistibili.
Chi poteva mostrare la speranza
non si mostra:
forse è disperato
forse non esiste.
A quanto pare
non c'è un appiglio,
se non il fatto, forse non irrilevante,
che è quanto pare.

Enzo Costa


Unità, ultimo numero. 
Blog Malumorismi. 

lunedì 28 luglio 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': ATTENZIONE: QUESTO ARTICOLO È UN COMPLOTTO DI CASTA da l'Unità 28/07/14

Il settimanale L’Espresso ha pubblicato l’elenco di trame, complotti, retroscena e burattinai denunciati in questi mesi da non-Leader, deputati, senatori, seguaci e reduci del MoVimento Cinque Stelle. Si va dallo sbarco sulla luna come fiction americana al Gruppo Bilderberg dietro alla strategia della tensione, dai matrimoni gay finanziati da Goldman Sachs all’introduzione del cognome materno come subdolo tentativo di indebolimento della cultura patriarcale, dal legame fra guerre e rifornimenti idrici per gli allevamenti alle teorie esoteriche sugli omicidi, dalle mani nascoste come gesto di smascheramento delle simbologie massoniche ai brogli elettorali nelle elezioni europee, dall’eterno Bilderberg artefice pure dell’omicidio Kennedy alle mitiche scie chimiche, dal memorabile invito a ciucciare la matita copiativa per rendere indelebile il voto ai leggendari microchip inseriti sotto pelle, fino alla vittoria del giovane Renzi alla Ruota della Fortuna come incipit dell’inciucio con Berlusconi. E considerate che il mio elenco è incompleto per ragioni di spazio. Anzi no, confesso: è incompleto per ragioni di complotto. Così come, del resto, l’elenco dell’Espresso, pubblicato su ordine della Struttura Settimanali del Gruppo Bilderberg. Così come, del resto, questo mio passaggio ironico sulla Struttura Settimanali del Gruppo Bilderberg, passaggio che è un evidente depistaggio ordito dalla Struttura Quotidiani del Gruppo Costerberg, gruppo da me inventato per sviare l’attenzione dalla missione segreta affidatami dal Gruppo T.N.T., missione da me qui rivelata al fine di occultare con una battutaccia la mia appartenenza ai Poteri Forti, intuibile dal mio possesso di vecchi 45 giri dello Zecchino d’Oro, e comprovata dalle mie vere generalità: mi chiamo Enzo Casta. Enzo Costa



l'Unità 28/07/14

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sabato 26 luglio 2014

GRAFFIORISMI - da LEFT (settimanale de l'Unità) 26/07/14


LEFT 26/07/14

LEMMI LEMMI (dizionario semiserio): FLESSIBILITA' - da LEFT (settimanale de l'Unità) 26/07/14

Oggi si parla di flessibilità, ma di quale? Di quella rigidamente introdotta sul mercato del lavoro a metà degli anni ’90, come panacea di tutti i mali occupazionali, e da allora additata flessibilmente (ossia con più o meno intransigenza) come causa della precarietà selvaggia imperante, specie fra i lavoratori più giovani? Oppure si parla della flessibilità di queste ultime settimane, di quella cioè stabilmente invocata dall’Italia, da Renzi, dal Partito Socialista Europeo, e variamente rigettata dalla Germania, dalla Merkel, dal presidente della Bundesbank e, conseguentemente, dall’Europa? Della flessibilità, cioè, intesa più o meno come (ri)lettura intelligente dei parametri e dei vincoli europei, come possibilità di deroghe virtuose, per gli investimenti, all’occhiuto rigore di Bruxelles e Francoforte? Mai parola scritta e riscritta sull’agenda politica fu più variabile, nell’accezione, di questa, ora perché oppostamente giudicata (manna per i liberisti, manna da rimodulare per Ichino, danno più o meno relativo per i democrat, dannazione per la sinistra radicale), ora (anche nel senso di “da ultimo”) perché indicante proprio un’altra cosa (ma non chiedetemi con precisione cosa). Forse si tratta di una beffa semantica: l’iniziale significato, quello anni ’90, del sostantivo, ha finito per condizionarne anche la storia: il senso della parola “flessibilità”, oggi, è incerto, aleatorio, precario, come il lavoro e la vita di molti lavoratori flessibili. Ben le sta. Enzo Costa



 LEFT 26/07/14

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lunedì 21 luglio 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': I PIÙ SIGNIFICATIVI SINTOMI DELLA SINDROME DI PONTASSIEVE da l'Unità 21/07/14

Riguardo riforme istituzionali e legge elettorale, siete anche voi, come il sottoscritto, in preda alla Sindrome di Pontassieve? Avvertite, cioè, tutti i limiti dei progetti in via di discussione (per usare un eufemismo, sia per “limiti” che per “discussione”), ma – al contempo, e ancora di più – tutti i rischi di ri-sprofondare, in caso di stop a quei progetti, nella palude dell’eterna inconcludenza italica? Io cerco di cavarmela con una sorta di training autogeno volto alla minimizzazione estrema dei suddetti limiti. Per esempio: “È vero, nell’Italicum mancano le preferenze: a me dispiace, ma a quelli come Fiorito di più!”. E ancora: “Sarebbe meglio un premio di maggioranza al primo partito, e non alla prima coalizione. Comunque nulla toglie che al primo partito possa andare il premio della critica”. Oppure: “Certo che avere Calderoli come co-relatore della riforma del Senato non è esaltante. Ma è confortante che, fino ad ora, non abbia esibito magliette con vignette anti-senati elettivi nelle repubbliche islamiche!”. E poi: “È innegabile che il patto del Nazareno abbia qualcosa di oscuro e opaco. In compenso, rispetto ai vecchi patti del Bunga Bunga, non ha imposto il pernottamento al contraente più giovane”. E inoltre: “Ho qualche dubbio sulla bontà di un Senato non elettivo. Ma ho la certezza che il senatore De Gregorio era stato regolarmente eletto”. E infine: “È giusto difendere il ruolo del Parlamento, luogo per eccellenza della rappresentanza e della libertà di confronto. Però lo dice Grillo, quello che è per la democrazia diretta (da lui), e contro l’articolo 67 (oltre che contro quasi tutti gli articoli dei giornali)”. Lo so: come scrivevo, sono minimizzazioni estreme, che per di più portano a consolazioni minime. Derivano pur sempre da una Sindrome. Enzo Costa



 l'Unità 21/07/14

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sabato 19 luglio 2014

GRAFFIORISMI - da LEFT (settimanale de l'Unità) 19/07/14


LEMMI LEMMI (dizionario semiserio): RIFORME - da LEFT (settimanale de l'Unità) 19/07/14

Malgrado l’apparenza, Riforme è parola singolare: innanzitutto perché detta così, al plurale, ha una forza evocativa unica (volete mettere la suggestione politico-poetico-filosofica di “fare le riforme”, l’immaginificità di tale vaghezza concettuale, rispetto alla misera, banale e allarmante concretezza di uno specifico “fare la riforma della giustizia” o di un preciso “fare la riforma della scuola”?). Ed è termine peculiare anche per il suo essere a termine procrastinabile, per via della sua ineludibile scadenza con annessa proroga: in Italia le “riforme” (specie quelle istituzionali, specificazione che attenua di poco la suddetta seducente astrazione del plurale) sono quei provvedimenti urgenti e indilazionabili da una trentina d’anni. Prendete la foto ingiallita dell’onorevole Bozzi con barba risorgimentale (onorevole eponimo di una commissione parlamentare per le riforme degli anni ‘80) ed un selfie sbarazzino del premier Renzi con giubbotto da Fonzie, e avrete la fotografia di una mutazione antropologica prima ancora che politica: si trasformano lineamenti, look, posture degli eletti dal popolo, magari anche solo da quello delle primarie, ma restano immutate e immutabili loro, le “riforme”, perennemente corredate del solenne intendimento di farle subito. Nonché del polemico (e ancor più retorico) ammonimento a fare ben altro: “ma quali riforme! La gente chiede lavoro, salari non da fame, pensioni più alte!”. Si provvederà anche a questo, subito dopo le riforme. Enzo Costa




 LEFT 19/07/14

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lunedì 14 luglio 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': FRONDA SU FRONDA: MA COME DISSENTONO MINZOLINI E BRUNETTA? da l'Unità 14/07/14

Scritto fuor di satira, in un partito ad personam il dissenso interno è qualcosa di difficile ma apprezzabile. Scritto con l’acido satirico, in un partito ad berluscam (variante estrema e fardata di quello ad personam), è qualcosa di quasi inimmaginabile: mi è difficilissimo immaginare come i temerari Minzolini e Brunetta stiano manifestando in faccia al fu Cavaliere la loro avversione alle riforme come previste dal cosiddetto patto del Nazareno. Proprio loro, storicamente più papisti di Papi, usi ad obbedir perinde ac Minzolini et Brunetta, capi della dissidenza intestina? E con quali modalità espressive? Difettando in creatività fantascientifica, parto banalmente dalle loro configurazioni standard: subito penso che Minzolini espliciti il suo “no” a Silvio brandendo un suo classico ordigno oratorio: l’editoriale da Tg1. Ma poi rammento che i suoi editoriali da Tg1 erano malcelate o spudorate dichiarazioni d’amore a Silvio, e – in quanto tali – inservibili, oggi, come armi da fronda. Più probabile che cerchi di prendere Berlusconi per sfinimento, sottoponendolo alla visione forzata dei mitici servizi frou frou delle news da lui dirette: anche un eterno farfallone come Silvio, all’ennesima “inchiesta” sui gusti di gelato preferiti dagli italiani, potrebbe arrendersi e cestinare il Senato non elettivo. E Brunetta? Me lo vedo in una versione modificata del suo format da talkshow in cui, come sapete, è solito dare sulla voce all’avversario ringhiando a tormentone frasette del tipo “Non è affatto così! Non è affatto così! Non è affatto così!”. Con Silvio, magari, sarà un po’ più educato: “Non sono d’accordo (senza per questo volerLa contraddire)! Non sono d’accordo (senza per questo volerLa contraddire)! Non sono d’accordo (senza per questo volerLa contraddire)!”. Enzo Costa


 l'Unità 14/07/14

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sabato 12 luglio 2014

GRAFFIORISMI - da LEFT (settimanale de l'Unità) 12/07/14


LEFT 12/07/14

LEMMI LEMMI (dizionario semiserio): QUALITA' - da LEFT (settimanale de l'Unità) 12/07/14

Oggi si parla di Qualità, anche se, per essere in sintonia con lo zeitgeist italico, più che parlarne bisognerebbe invocarla: l’appello alla qualità è un must decennale, in questo nostro scombiccherato Paese. Non c’è deputato, cittadino, premier, Scilipoti, presidente di Confindustria, sindacalista di base, chef, stilista, chef-stilista, editorialista terzista o antagonista, anchorman, cameraman, presidente della Rai, ad di TeleViggiù, Sgarbi e passante non identificato che, in questo paio di lustri, non abbia lustrato il proprio eloquio inneggiando in favore di telecamera alla qualità (nel senso dell’eccellenza, del valore aggiunto di eleganza e bellezza) in antitesi alla quantità. Tant’è che chi compila questo dizionario ha partorito il seguente aforisma: “Poiché quelli che invocano la qualità al posto della quantità sono in grande quantità, dove hanno sbagliato?”. Massima ripetuta a ciclo continuo, in ottemperanza al suo paradosso umoristico. La retorica scintillante dell’appello alla qualità è il rovescio della medaglia di una crisi desolante: mentre ci si fa belli caldeggiando enfaticamente il Bello, si spengono tanti altiforni, si chiudono stuoli di aziende, si cancellano numerosi marchi, anche prestigiosi. “Qualità! Qualità!”, esortava da bordocampo il ct Prandelli in uno spot del cibo dop irradiato a inizio Mondiali. Sappiamo come poi per l’Italia è andato il torneo calcistico. Speriamo vada meglio il resto. Enzo Costa 



 LEFT 12/07/14

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lunedì 7 luglio 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': TU CHIAMALE, SE VUOI, EMOZIONI: IL BRIVIDO DELL’INNO “DELLA” GIOIA da l'Unità 07/07/14

E dopo l’Italia, l’Europa. Ero abituato a provare certe sensazioni, certi brividi, solo in una dimensione locale, domestica: l’impressione intensa, vivida, di approdare alla Verità mediante la somatizzazione di questa altrimenti detta “Beppe Grillo”, era, per l‘appunto, un fenomeno (extra)sensoriale che mi veniva offerto dall’interno dei confini italici. Elemento che, per me, rendeva più gestibile l’impatto emotivo: d’accordo, Grillo, come un medium 2.0 in trance, mi stava spalancando le porte alla Sostanza Digitale della Politica, mi stava svelando quanto occultato dalla Casta, dalla Stampa, dai Poteri Forti, dalla Lobby Maligna dei Cadaveri Putrefatti (entità alle quali, peraltro, appartenevo e appartengo), e lo faceva con la voce ammonente e sofferente, accorata ed estenuata, di chi, come un Rasputin rubato al cabaret, è posseduto dal Vero che gli tocca rivelarmi. Ma, perlomeno, la vicinanza geografica attenuava la potenza iconica della scena: stava sì illuminandomi, con sguardo e toni congestionati, su come stanno davvero le cose in fatto di energia e rifiuti, ma lo faceva dall’ingresso del teatro Ariston di Sanremo, e per di più duettando con Giletti; stava sì mostrandomi il Futuro costruito dalle stampanti 3D, ma dal nostranissimo salotto di Vespa. La sconvolgente Verità, però al profumo familiare di Italietta. Ora, invece, eccolo annunciarmi ciò che è evidentemente Buono, Giusto e Sacrosanto, invasato e affaticato come sempre, ma dalla lontana Strasburgo: i finanziamenti europei per l’Italia sono destinati tutti a mafia, camorra e ‘ndrangheta; l’Inno “della” Gioia di Beethoven (e sottolineo “della”) è stato usato dai più grandi killer della Storia. Il Grillo d’esportazione mi ha scosso di più. Un po’ come quando vidi il fu Cavaliere dare del kapò a Schulz. Enzo Costa


l'Unità 07/07/14

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domenica 6 luglio 2014

LEMMI LEMMI (dizionario semiserio): "STREAMING" - da LEFT (settimanale de l'Unità) 07/07/14

Ecco il nuovo capitolo di Lemmi Lemmi, in edicola domani su Left

Signora mia, non c’è più lo Streaming di una volta! Parola intrisa di fluidità 2.0 e, quindi, vittima di accezioni e intenzioni variabili, mobili, (s)fuggevoli. In principio fu il Verbo pentastellato: “streaming” sinonimo visuale di trasparenza, purezza, superiorità morale (come se Berlinguer, incontrando Moro riservatamente, fosse stato immorale) e postmodernità digitale, da sbattere in faccia agli indegni avversari. E venne, preparato da riunioni in non-streaming, lo streaming con Bersani, e poi quello con Letta: videocerimonie asfittiche, non-dialoghi a uso del popolo della rete volti a ribadire, con posture e parole (“mi sembra di essere a Ballarò!”), la propria totale alterità a quelle tele-creature putrefatte. Anche se il triste giallognolo da videosorveglianza delle immagini schiacciava tutti quanti, adoranti e subenti lo streaming, in una fissità ben poco vitale. Venne poi lo streaming con Renzi, imposto dalla web-base al riluttante non-Leader, che lo declinò in un nervoso far casino da ripetente in difficoltà nell’orale, oltre che nella condotta. Un non casuale prologo al non-streaming belga del summit con lo “spiritoso” Farage. Venne infine lo streaming invocato dal premier, a suggello beffardo del non-trionfo europeo patito dallo “streamatore” del vaffa: e qui i pentastellati dialoganti parevano una smentita vivente della loro antica ragione asociale. Troppo facile dire “chi di streaming ferisce, di streaming perisce”. Almeno, lo si dica in streaming. Enzo Costa


LEFT 07/07/14

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lunedì 30 giugno 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': TG CHE VAI SEMI-SELFIE DI ANNA MARIA BERNINI CHE TROVI da l'Unità 30/06/14

Dico subito, assumendomene tutta la responsabilità, che questo mio pezzo sarà giornalisticamente impreciso: non sono in grado di scrivere alla lettera quanto va dicendo, di tg in tg, la forzista Anna Maria Bernini. Dei suoi periodici videocomunicati formato semi-selfie (senza uso di intervistatore e con telecamera fissa, forse retta da un cameraman legato alla sedia, forse inserita in un citofono che l’onorevole azzurra preme ogni volta che le viene voglia di videocomunicare qualcosa), mi restano in testa brandelli di concetti, lacerti di frasi, frattaglie di parole: “…il Pd non scarichi sul governo le sue divisioni…”, “…Renzi passi dagli annunci ai fatti…”, “…Forza Italia è sempre stata per le riforme…”, e via mal rammentando. Il senso, per adoperare un termine esagerato, credo sia questo, ma non i vocaboli testuali, che ogni volta mi perdo, perduto come sono in quella visione familiare eppure - al tempo stesso – aliena, misterica: il fatto è che la Bernini scandisce quei fonemi iterativi con una sorta di gelo accorato da robot partecipe, la cui vocina metallicamente chioccia, più che dal cavo orale, pare fuoriuscire dal soprastante complesso apparato tricologico costituito da una lunga chioma ramata (sembra fatta di rame), con frangetta sbarazzina insistente su due occhi sistematicamente sbarrati: è quell’espressione insieme smarrita e rapita che mi stordisce, distraendomi da sostantivi e aggettivi effettivamente (e sempre metallicamente) pronunciati. Magari in realtà, ripensando allo stile citofono di ogni suo videocomunicato, Anna Maria sta dicendo: “C’è Silvio? E la cremeria?”, imputando le mancate risposte alle sue incalzanti domande alle solite insostenibili divisioni nel Pd. Ma io, sviato da suoni e immagini, non ci faccio caso. Abbiate tanta pazienza. Enzo Costa
 

 l'Unità 30/06/14

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sabato 28 giugno 2014

GRAFFIORISMI - da LEFT (settimanale de l'Unità) 28/06/14


 LEFT 28/06/14

LEMMI LEMMI (dizionario semiserio): AGIBILITA' - da LEFT (settimanale de l'Unità) 28/06/14

Il sostantivo di oggi, o meglio di ieri, è Agibilità, seguito dall’aggettivo “politica”, a comporre una locuzione che, mesi fa, era sulla bocca di tutti. “Agibilità politica” non lo dicevano-invocavano a tormentone solo i sottoposti dell’allora Cavaliere, ma anche gli editorialisti terzisti del Corsera, i notisti politici del TG3 e il nostro ortolano di fiducia, tutti quanti ripetenti pappagallescamente questo paravento semantico che abbelliva con un’espressione catastale, l’agibilità di un locale pubblico, la pretesa castale di impunità, in barba a quanto stabilito dalla legge (Severino), per un politico condannato con sentenza definitiva per frode fiscale. Quell’iterazione di massa di un’alterazione di significato sembrava ribadire un’antica, invincibile egemonia lessicale, instauratasi da vent’anni, a partire dall’iniziale “discesa in campo”, in virtù del monopolio catodico dell’allora Cavaliere e, anche, della sua scaltra perizia linguistica, o agile abilità (per quasi crasi, “agibilità”) oratoria. Impressione poi smentita dai fatti: questa volta l’ “agibilità politica” è scesa in campo ma, in seguito, è finita nello spogliatoio, caduta in disuso, così come, in parte, il già Cavaliere, de-caduto dal Senato, divenuto incandidabile, interdetto dai pubblici uffici e dal Cavalierato, sorvegliato da Dudù. Oggi presta i suoi servizi sociali presso una casa di cura di Cesano Boscone. Un edificio che, visto da fuori, pare avere tutti i crismi dell’agibilità. Enzo Costa 


 LEFT (settimanale de l'Unità) 28/06/14

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martedì 24 giugno 2014

I SEMIFRESCHI - IL MONDO È ROTONDO: quando c'era il pallone e uno soltanto. da l'Unità 24/06/14

Quando ero giovane (perché non sembra, ma c’è stato un tempo in cui io ero giovane, molti erano giovani, vi dirò di più, anche se non mi crederete: questo paese era giovane, compresi i vecchi, persino qualche democristiano, tutti, donne e uomini, sani e malati, ricchi e poveri, erano giovani, non perché avessero pochi anni, e nemmeno perché guardassero al futuro, ma perché sapevano che il futuro c’era, sapevano che sarebbe stato meglio del presente, e molto molto meglio del passato, era un futuro meraviglioso, quel futuro, non ci sono più i futuri di una volta, i gerundi, i participi presenti e i trapassati remoti sono sempre uguali, ma i futuri, signora mia, quei bei futuri fragranti di una volta, mi dica lei dove li trova, ormai?). Quando ero giovane, dicevo, anche il calcio era giovane, anche se i calciatori nelle figurine mi sembravano vecchissimi, Gigi Riva era più vecchio di mio zio, per fare un esempio, figuratevi Pizzaballa e Niccolai che sicuramente avevano degli zii ben più giovani di loro, Ricciotti Greatti poi, che voi non ricorderete ma vi assicuro esisteva e non era uno dei mille di Garibaldi (almeno credo), beh, lui, Ricciotti Greatti, che giocava nel Cagliari, dalla faccia e dal nome era coetaneo di suo nonno (che magari, lui sì, era davvero uno dei mille di Garibaldi, e sbarcò a Marsala fluidificando sulla fascia destra). Ma, dicevo, il calcio era giovane, così giovane che non faceva posticipi, che è una roba da vecchi, rinviare per calcolo, per convenienza, una cosa bella, che fa divertire, che fa godere, perché così facendo ci si guadagna, se non è cinismo da zombie, questo, se non è aridità da anime morte, cos’è? Ma non voglio fare un discorso nostalgico sul calcio, e sulle belle care figurine di pessimo gusto di una volta, perché non voglio sembrare Veltroni, che già quella è una cosa da vecchi, ma in fondo poi, a ben pensarci, anche fare le battute su Veltroni è una cosa da vecchi, le fa pure Veltroni. No, voglio essere onesto: non voglio fare un discorso nostalgico sul calcio, e su tutto il resto, perché sono così vecchio, siamo così vecchi, che non abbiamo più l’età per farlo. Voglio semplicemente parlare di come era il calcio, e di come era un po’ di tutto il resto, per il gusto di farlo. Parlare col minimo di emotività e il massimo di obiettività possibili di quello che avevano, il calcio e un po’ di tutto il resto, di diverso da oggi. La principale differenza del calcio, secondo me, è che in serie A, come in tutte le altre serie, si adoperava un pallone solo. Se il pallone usciva dal campo, la partita riprendeva solo quando il pallone, quel pallone, veniva recuperato. Non era una regola, quella dell’unicità del pallone. Era un dogma: “Non avrete altro pallone al di fuori di me”. Un tabù inviolabile: ricordo minuti e minuti, interi quarti d’ora di partite interrotte prima che ricomparisse l’unico pallone degno di essere preso a calci. Perché direttamente proporzionali all’adesione di massa a quel monoteismo sferico erano i tempi biblici del recupero della divinità smarrita. Chissà dove finiva, al 27º del primo tempo, o al 32º della ripresa, il pallone (altro che le anatre del Central Park d’inverno!). A volte, certo, finiva in tribuna, nelle curve, che allora forse si chiamavano già curve ma erano come più dritte, meno contorte, meno distorte, dove veniva sequestrato da uno spettatore, non so se un feticista, un collezionista di palloni usati o un antenato dell’inventore di e-bay, che lo abbrancava con inusitata ferocia infantile rifiutandosi di ributtarlo in campo fino a quando, con una sofisticatissima operazione di intelligence, un nucleo specializzato di vicini di spalti lo immobilizzava, gli fregava il pallone e lo lanciava ai giocatori sottostanti. Che fino a quel momento, per minuti e minuti, per interi quarti d’ora, avevano atteso pazienti il lento lieto fine: non c’erano alternative, non avevano altro pallone al di fuori di quello. Altre volte, invece, il pallone spariva proprio, uscendo dal campo al livello del terreno di gioco, e in un istante, zac, si smaterializzava, senza una spiegazione plausibile, senza una logica scientifica: anche quello, per quanto piccolo, un altro dei tanti, troppi misteri d’Italia. Ma a ben pensarci, non mi importa sapere se imboccasse una specie di buco nero, un cunicolo quasi invisibile, che lo portava in un tunnel nel sottosuolo dello stadio, dal quale, attraverso una botola segreta, sbucava in un oratorio di Belluno, sulla spiaggia di Cesenatico o in un rifugio sulla Maiella. Mi importa che, fino a quando non ne veniva decretata la scomparsa definitiva, l’unico titolare della delega al suo ritrovamento fosse il raccattapalle. Un ragazzetto inerme dal potere enorme. Secondo come stava girando la partita, lui, che era gentilmente offerto dalla squadra di casa, decideva se cercarlo sul serio, se inseguirlo davvero, il pallone sparito, o se fingere di farlo. Se la squadra di casa stava vincendo, era capace di tramutarsi in falso invalido, pur di non vedere il pallone rotolato ad un passo da lui, pur di non fiondarsi a recuperarlo. Se invece stava perdendo, correva a prenderlo e a ributtarlo in campo, più veloce, scattante, fulmineo di Ghedini nel partorire una legge ad personam. In caso di pareggio, i suoi tempi di reazione dipendevano da tante cose, non ultima il suo umore di quel giorno. Ma quello che conta è che allora il calcio era fatto così: un solo pallone (rimpiazzabile solo in caso di sua acclarata, certificata sparizione definitiva) gestito da un solo (o al massimo da un paio, tre, quattro) raccattapalle. Superfluo dire che oggi è un’altra storia, che appena il pallone va fuori dal campo, anche di pochi centimetri, qualche volta pure quando non esce del tutto, già c’è un altro pallone che rimbalza sul terreno di gioco, che ogni stadio, a bordo campo, è presidiato da una batteria infinita di palloni seriali, tutti uguali, pronti a scendere in campo appena un loro collega ne esce, che a volte tanta è la fretta che in campo rotolano più palloni, fino a quando l’arbitro o chi per lui non decide quale sia il pallone giusto e quello sbagliato, che non si concepisce minimamente l’idea che una partita abbia un pallone particolare, quel pallone particolare, così come non si concepiscono pause, attese, sospensioni, tempi morti, gestiti per di più da furbi e capricciosi ragazzetti inermi. Si potrebbe dire, come ci viene da pensare, che quello era sport, libertà, passione, e questo industria, mercato, omologazione, all’ennesima potenza in occasione dei mondiali. E si potrebbe dire che, per di più, magari quegli infiniti palloni per il nostro calcio industriale e televisivo sono cuciti dalle mani di bimbi di un altro mondo, povero, diseredato, sfruttato. Ma forse pensarlo e dirlo, senza pensare e dire altro, e pensarlo e dirlo così, con amaro e rassegnato disincanto, è proprio il segno di come siamo vecchi. Fossimo giovani, vedremmo anche dell’altro: che quei bimbi di un altro mondo non sono così diversi dai ragazzetti inermi che quando eravamo giovani gestivano l’unico pallone della partita. Come e più di loro, sono fragili e fortissimi: lavorano duramente, in condizioni terrificanti, come da noi nemmeno gli adulti che fanno i lavori più umili e pesanti, come nemmeno gli immigrati che non vediamo. Ma proprio per questo hanno sguardi caldi e intensi, pieni di voglia di riscatto, di ansia di liberazione, di fame di vita, di determinazione e consapevolezza. Sopportano l’insopportabile sapendo, sentendo, che hanno ragione, e che per questo, piano piano, ce la faranno, a liberarsi, ad abitare un mondo più giusto, a costruirsi un futuro migliore. Fossimo giovani, vedremmo che c’è chi è giovane perché, malgrado tutto, vede per sé un futuro migliore del presente. Vedremmo quei ragazzetti tornati finalmente a casa dopo una giornata di durissimo lavoro: sognando ad occhi aperti come noi non facciamo più, divorati dalla stanchezza e dalla speranza, danno quattro calci ad un unico, meraviglioso pallone. Enzo Costa
 

 l'Unità 24/06/14

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lunedì 23 giugno 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': CARO GRILLO LE SCRIVO, COSÌ MI DISTRAGGO UN PO’ (SI FA PER DIRE) da l'Unità 23/06/14

Gentile Beppe Grillo, non mi ha stupito la Sua danza macabra 2.0 davanti ai patimenti dell’Unità: conosco il Suo stile e immagino che, dopo aver definito “cadaveri putrefatti” molti poi rivelatisi ben più vispi di Lei, non Le sia parso vero di poter festeggiare una morte reale: Le prudeva il necrologio, tanto da postarlo in anticipo (tocchi ferro, non sia mai che noi la si scampi). Ma la Sua è, anche, una battaglia culturale contro il finanziamento pubblico dei giornali, specie di questo che ha una storia gloriosa e lettori (non tantissimi, ma ne ha). Chi scrive sull’Unità, che riceve sovvenzioni (ma meno di prima: da direttore, Padellaro firmò un appello per aumentarle), è, per ciò, indegno, fazioso coi soldi di tutti, come digitano in coro i Suoi seguaci sui blog dell’Unità che, essendo gratis, visitano e spesso imbrattano (del resto, da comico, alle feste dell’Unità Lei si esibiva, e non gratis, giustamente). Una fede assoluta nel libero mercato, la Sua, in materia di pensiero, di cultura: eppure anche i teatri, ad esempio, godono di finanziamenti pubblici. Forse Lei abolirebbe pure quelli. Viva solo chi vince sul mercato. E la Rai? Non è sovvenzionata da noi? Dovrebbe saperlo, gentile Beppe Grillo, giacché ci ha lavorato, con fior di contratti. Non avendo il Suo stile, non scrivo che, con le tasse e col canone, contribuivo ai Suoi cospicui incassi (e Lei, per fortuna, come comico, fazioso lo era). Non Le chiedo di restituire il maltolto. Io penso che la tv pubblica debba ospitare le voci di tutti, anche di chi non amo. E che il canone vada pagato. Lei, da Vespa (che contribuisco a mandare in onda pagando tasse e canone), si è vantato di non averlo pagato. Ah, già: Lei crede nel libero mercato. Cordiali saluti da un quasi cadavere, e buon festeggiamento. Enzo Costa


l'Unità 23/06/14

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sabato 21 giugno 2014

LEMMI LEMMI (dizionario semiserio): DASPO - da LEFT (settimanale de l'Unità) 21/06/14

La parola di oggi è Daspo, nella sua accezione ergastolana, corredata cioè del suffisso “a vita”. Lanciata dal ministro Alfano, a margine annunciatamente punitivo delle imprese di Genny a’ Carogna in curva e omologhi più o meno armati fuori dello stadio, si è liberata dei limiti pallonari nella vulgata renziana riferita alla genìa più o meno umana dei politici corrotti, da espellere una volta per tutte dal consorzio civile. È un termine di sicuro impatto e appeal mediatico, anche in virtù del suo astuto solleticare il buttafuori che è in noi: chi non vorrebbe estromettere per sempre dalle feste natalizie l’insopportabile zia Matilde, o dai palinsesti notturni l’immarcescibile Gigi Marzullo? Al di là della necessità di un restyling, per questa versione extracalcistica, dell’acronimo originario (da “Divieto di accedere alle manifestazioni sportive” a “Divieto di accedere alla sedicente politica”), il vocabolo deve la propria efficacia al suo prefigurare un rimedio tranchant: politici corrotti? Fuori subito e definitivamente! I dettagli giuridici restano in ombra (“subito” in che senso? Alla prima intercettazione? Al verdetto di primo grado?), così come le modalità tecniche della procedura (chi sovrintende all’esecuzione del Daspo? Migliaia di addetti al controllo del non-accesso dei corrotti alla politica? E chi ci garantisce che gli addetti, a loro volta, non siano corrotti? Si impone un Daspo per i controllori traditori? E, in tale caso, come la mettiamo con l’acronimo?). Enzo Costa 


LEFT (settimanale de l'Unità) 21/06/14

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lunedì 16 giugno 2014

SEMIFRESCHI - CHIARI DI LUNEDI': EBBREZZA POST-VOTO DI EDITORIALISTI: SALVINI LEADER DEI MODERATI da l'Unità 16/06/14

Pare di cogliere un certo smarrimento fra i commentatori berlusconofili. Quelli che, per vent’anni, ci hanno spiegato che il fu Cavaliere era il leader dei moderati e che, vincesse o perdesse le elezioni, fosse rinviato a giudizio o prescritto mercé apposita legge ad berluscam, era imbattibile. Ora, il combinato maldisposto di scoppola elettorale alle europee e alle amministrative ha vanificato il loro più recente tentativo di indorare la pillola della decadenza del fu premier Papi: “Vedrete” avevano intonato artatamente ottimisti “saprà usare al meglio, a fini elettorali, l’affidamento ai servizi sociali! Resta il Migliore, nella comunicazione!”. E invece eccoli lì, (s)travolti dal franare del consenso al Nord, dato già per perso quello del Centro (salvo l’insperata oasi perugina) e per polverizzato quello del Sud. Il crollo del bastione di Pavia del già magnificato sindaco Cattaneo, icona nuovista di Ballarò, è stata, per loro, la mazzata definitiva. Così devastante da indurre i più sofferenti a scorgere un erede di Silvio non più dinastico bensì ex-celtico: Matteo Salvini. “Se è atterrato a Bruxelles e ha conquistato Padova” si sono detti “è lui il futuro leader dei moderati!”. Ora, è vero che – come scrivevo - costoro, per un Ventennio, hanno definito “leader dei moderati” lo sdoganatore fardato dei bassi istinti degli italiani, in comunione mistica con l’eterno sovversivismo di molta nostra classe dirigente. Ma il Salvini post-secessionista neo-lepenista “leader dei moderati” è un caso di politologia da prova dell’etilometro: come se lo immaginano, il centrodestra moderato guidato dal Matteo del Carroccio? Pronto a proporre una riforma dei trasporti che prevede l’apartheid sui bus di tutt’Italia, dai quali cacciare a pedate chi non paga il biglietto in lire? Enzo Costa



 l'Unità 16/06/14

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