Toti, il factotum di Arcore, ha detto a Lerner che Scajola non sarà candidato. Eppure Biasotti, il concessionario di Genova, dopo la cena elegante con Dudú disse che Silvio gli aveva rivelato in esclusiva l’intenzione di candidarlo. Vi sembra uno che, per farsi bello, millanta confidenze col Capo? A me sì. Però, a onor di satira, scrivo che Biasotti non soffre di mitomania, ma di udito: il fu Cavaliere non gli disse che avrebbe candidato Scajola, bensì Manola, un’irresistibile ballerina di tango: la nipotina di Bergoglio? Enzo Costa
Aderisco alla mozione Lerner. Sottoscrivo cioè, in formato lanternino, il suo pezzo su Repubblica, ribadendo in piccolo la domanda: ma che ci faceva Pronzato nel cda dell’Enac, essendo egli responsabile del trasporto aereo per il Pd? Un partito ridà slancio alla democrazia se per i suoi esponenti non pratica una sorta di overbooking di poltrone. Anche se Pronzato risultasse penalmente innocente, averlo piazzato a controllare i voli sia per il partito che per un ente, è una colpa. Urge correggere la rotta. Enzo Costa
Emilio Fede che, dopo aver dipinto dalla Annunziata la sala del bunga bunga come un’innocente location per le festicciole dei figli di Papi, innesta una farfugliante retromarcia. Carlo Rossella che, udito Lerner parlare dell’importante bunga bunga che avrebbe impedito a Papi di recarsi ai funerali di un alpino morto in Afghanistan, invia questa rettifica: in effetti quella sera era ospite del Premier con Fede, ma non se ne andò alle due e mezza bensì all’una meno un quarto (morigerato!), come da ricevuta dell’autonoleggio (pignolo!). Gli amici si vedono nel momento del bisogno, ma qui sono loro ad aver bisogno di un ansiolitico che li preservi da precisazioni affannate inguaianti l’Amico. Manca solo che Lele Mora giuri di passare da anni le notti a studiare Kant in solitaria, e che Apicella fornisca il suo alibi: ad Arcore c’era un suo sosia; lui, la sera, duetta con Uto Ughi. Enzo Costa
Il mio côté satirico si esaltava davanti a Francesca Pascale, esuberante espositrice di se stessa (extravelina? anarco-esibizionista? neofashionista?) a “Telecafone”, e fondatrice del club politico-umanistico “Silvio ci manchi”: all’Infedele di Gad Lerner portava una linea programmatica precisa: trucco meno pesante di Noemi Letizia, look più informale di Mara Carfagna, pose più composte di Angela Del Grande Fratello (che strano cognome!). In un’altra puntata aveva esposto al conduttore un suo progetto di riforma: cambiare colore ai capelli del conduttore. Ora dava un contributo al revisionismo storico spiegando che la Iervolino a Napoli era stata eletta grazie ai brogli. Assurdità che la spigliata signorina ripeteva come un mantra, con convinzione assoluta, in perfetta buonafede. Era la prova vivente dei guasti dell’imbonimento operato da Papi. Qui lo sbeffeggiatore che è in me cedeva il posto al cittadino suo convivente. Enormemente preoccupato. Enzo Costa
«Se abbassi la mutanda si alza l'auditelle...» il video della consigliera Pdl Francesca Pascale.
Questa è una confessione di vanità giornalistica: quella che mi ha obnubilato sentendo Gad Lerner all’Infedele rimarcare l’impar condicio catodica fra il caso Papi-escort e quello Marrazzo-trans. Nascosto da Raiset il primo (Santoro a parte), stramostrato il secondo. Linea dettata dalla destra politico-mediatica che, da Porta a Porta in giù, aveva decretato l’impresentabilità della D’Addario e ora decreta l’ineluttabilità di Natalie & C. La prima, giacché inguaiava un Premier azzurro giunto a voler candidare fanciulle disponibili, era scandalosa e indegna di fede e visione. Le seconde, giacché imbarazzano un Governatore rosso (dimessosi e non propenso a candidarle), sono teleappetibili. Ma è quanto avevo scritto in un Chiari di lunedì! Mi sono pavoneggiato, lagnato (“Gad poteva citarmi!”) e vergognato di me: che vizi da pennivendolo!. Poi, udendo Buttafuoco dare del sessantottino libertario a Papi, mi son detto che i miei erano peccati veniali. Enzo Costa
Il compagno Ricci è più a sinistra dell’Unità, di Repubblica, di Lerner, di noi. Lo va spiegando con lettere puntigliose, duetti Greggio-Iacchetti e spigliate bacchettate delle veline, come siano ottusi i “comunisti” che non colgono l’ironia gramsciana della sua opera omnia in battute, battaglie e Filippona. Smaschera la doppia morale di quanti biasimano il velinismo da magazine progressisti farciti di fanciulle desnude. E si erge a battitore libero anti-Cavaliere mascarato. Ergo, attendo di ammirare, nelle news trotzkisto-situazioniste di Striscia, il faccione di Carlo Rienzi del Codacons. Sì, si vede spesso, pure troppo. Ma ora il paladino dei consumatori si è appellato a Commissione Europea e Tar dopo che il Tribunale dei ministri ha archiviato le accuse per i voli di Stato trasportanti Apicella e ragazze di facili trasporti chez Papi. Magari ero distratto, e il compagno Ricci ne ha già ospitato la denuncia. Magari ne farà un tormentone. Vero? Enzo Costa
Ma lo vogliamo dire che Genova è anche quella del Suq? Venerdì scorso, all’inaugurazione dell’incontro con le culture del mondo orchestrato da Carla Peirolero, lo si capiva benissimo, forse ancora più del solito: era come se, per una volta, il quotidiano addensarsi nel paesaggio italico delle nuvole plumbee dell’intolleranza, della xenofobia, del razzismo di Lega e di sgoverno, non avesse prodotto – tra chi è costituzionalmente meteoropatico nei confronti di simili perturbazioni sociali e politiche – il consueto, rassegnato asserragliarsi in casa o in se stessi nell’attesa che passi la nottata tempestosa. No, venerdì sera, la gente c’era, al Suq: e non solo nel senso di un afflusso di massa davvero impressionante e quindi, visti i (mal)tempi, significante. Ma anche e soprattutto nel senso di una partecipazione forte, attiva, vibrante: intensa come e più delle spezie mediorientali, si avvertiva un’energia positiva rara e preziosa. Le persone erano lì, in tante, in tantissime, ognuna con la propria storia, le proprie idee, le proprie origini, i propri jeans o la propria tunica, ma tutte catturate e coinvolte allo stesso modo dalle parole di Gad Lerner, che raccontavano con lucido trasporto la bellezza e l’inevitabilità del meticciato, gli orizzonti spalancati dalla presidenza Obama e l’aria viziata e viziosa dell’Italietta berlusconiana, la fatica e la possibilità della convivenza. Nessun “buonismo” (parola ottusa quanto i “cattivisti” padani e non che la adoperano a vanvera): un ragionamento con libertà di emozionare sull’integrazione e le differenze, senza reticenze di comodo sui guasti di ogni integralismo, fra squarci di ottimismo (l’uscita di scena mediatica dei vari Marcello Pera e atei devoti più o meno extralarge sconfitti dalla storia) e amare consapevolezze (l’odiosa brutalità del linguaggio della tolleranza sottozero che produce mostri infettando le menti più deboli).
Applausi, silenzi, reazioni e condivisioni sonore di una platea sempre più numerosa, dicevano che quelli esposti e toccati erano pensieri e sentimenti presenti in tutti i presenti, ma in questa dolorosa stagione spesso soffocati o rimossi, e venerdì sera finalmente liberati. Genova, dicevo (e non solo), è anche quella del Suq, coralmente civile se solo incoraggiata a non nasconderlo. E nell’intervento di Marta Vincenzi (dopo quello provvidenzialmente visionario di don Gallo e quello sanamente essenziale di Alessandro Repetto) un’idea per rimarcarlo: possibile, ha detto la sindaco, che in città e fuori risuonino solo le voci di quanti terrorizzano strumentalmente con la (o sono impauriti dalla) Moschea e annessi fantasmi? Perché i molti che - per civiltà, consapevolezza ed intelligenza - sono favorevoli, non si decidono a farsi sentire? Un’ottima idea. E metterla in pratica sarebbe il modo migliore per dire che Genova (e non solo) è anche quella del Suq.